Se aspettiamo che il virus vada via non ne usciamo più

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Foto di Sumanley xulx da Pixabay

Maria Beatrice Toro è un punto di riferimento per il mondo della mindfulness, autrice di molti libri; è psicologa e psicoterapeuta, direttrice SCINT, scuola di specializzazione in psicoterapia di Roma.

Ho voluto intervistarla perché nel nostro Paese non è in corso soltanto una pandemia dovuta al Covid-19, non c’è soltanto una grave crisi economica che non potrà fare altro che peggiorare, ma c’è un’emergenza che riguarda la salute mentale dei cittadini.

Quali sono i principali problemi psicologici delle persone in questo periodo?

Ci sono situazioni diverse: la più diffusa è la pandemic fatigue, una sindrome di logoramento e affaticamento causata dalla situazione di sovraccarico emotivo dovuto sia alla paura del coronavirus che alle drastiche restrizioni della nostra libertà personale. Ci pesa molto anche la paura di non reggere l’impatto della grave crisi economica che ha accompagnato la pandemia. Quello che stiamo attraversando è un grave stress psicologico, che per alcuni è addirittura traumatizzante, uno stress diffuso che colpisce anche se non ci si è ammalati e non si sono subite perdite importanti. È sufficiente essere un po’ più sensibili del dovuto per incorrere in una sorta di tunnel psicologico in cui si fa difficoltà a gestire le emozioni e a non cadere in schemi cognitivi negativi. È facile oggi perdere lucidità e fare pensieri non del tutto razionali.

I sintomi più frequenti della pandemic fatigue colpiscono più aree: a livello fisico si osservano alterazioni psicofisiologiche di varia intensità, ipervigilanza (essere sempre in stato di allerta), difficoltà relative al sonno e aumento della frequenza e della pressione cardiaca. A livello emotivo ansia e paura ma anche rabbia e tristezza la fanno da padrone mentre a livello cognitivo vengono inficiate le funzioni cognitive e si osserva una maggiore produzione di pensieri intrusivi negativi.

A livello comportamentale ci sono evitamenti di fattori esterni e si notano disorientamento, sensazione di déjà vu e aspettative esageratamente negative.

Alcune di queste paure e reazioni nascono da pericoli realistici, ma molte reazioni e comportamenti nascono soprattutto da una mancanza di conoscenza, dalle voci e dalla disinformazione, nonché dal sovraccarico emotivo che stiamo vivendo.

Come li stanno affrontando, se lo stanno facendo?

Mai come in questo periodo possiamo dire che “si fa quel che si può”. C’è chi ha deciso di dare spazio alla cura del corpo e si dedica al fitness seguendo le lezioni online, chi mantiene le relazioni sociali online e organizza call con aperitivo annesso con i propri amici. Purtroppo manca la conoscenza sulle tre cose più importanti che si possono fare in questo periodo. Innanzitutto acquisire la consapevolezza che è necessario imparare a convivere con il virus e che oggi ci troviamo a dover venire a patti con qualcosa che è in parte, ma non totalmente, fuori dal nostro controllo. È poi fondamentale creare o mantenere delle attività di routine tra cui riordinare armadi e cassetti, fare pulizia delle icone inutili sui vari devices. Attraverso azioni semplici e ripetitive è infatti possibile ottenere un benefico senso di padronanza. Mettere ordine può essere rilassante se fatto con piena attenzione e gratitudine verso tutto ciò che si ha, consente di sentire una sensazione di adempimento, efficacia, soddisfazione. Infine utilizzare tecniche di autoregolazione emotiva tra cui le pratiche di mindfulness per recuperare presenza a noi stessi e al momento presente, qualunque esso sia.

È vero che c’è stato un incremento dell’uso di psicofarmaci?

Sì assolutamente! Secondo l’Istituto europeo per il trattamento delle dipendenze, (IEuD) con la pandemia, in particolare nei primi sei mesi del 2020, si è registrato un incremento dei consumi delle benzodiazepine con tassi di crescita di oltre il 4%. Nelle farmacie è stato possibile registrare un aumento del 35% per le vendite di ansiolitici e ipnotici e del 28,2% le dotazioni di antidepressivi.

È dall’osservazione di questo particolare stato psicologico della popolazione che è nata la necessità di scrivere il tuo ultimo libro: “Oltre la pandemia. Come superare (bene) ansia, rabbia e stress“, pubblicato da Morellini Editore?

Il mio ultimo libro nasce dalla necessità che sento di impegnarmi in ogni modo possibile per contrastare la più grave epidemia di disagio psichico che si sia mai vista e per fornire a tutti degli strumenti utili a fronteggiare questo momento. Ecco dei suggerimenti: elimina le strategie negative che si attuano a causa dello stress ma che vanno eliminate prima che si cronicizzino; ritrova una routine; adotta un dialogo interno positivo; confidati senza vergogna con qualcuno di cui ti fidi e che riesce a mantenere un atteggiamento positivo; coltiva i tuoi interessi e se hai un animale domestico non smettere di prendertene cura; impara tecniche per l’autoregolazione come le pratiche mindfulness e le tecniche di auto compassione.

Non è necessario aspettare che la pandemia finisca per essere di nuovo felici: si tratta, piuttosto, di una questione di consapevolezza

Immaginati per un attimo al Governo: cosa avresti fatto per alleggerire il carico psicologico di questa situazione?

Mi sarei presa cura dell’infodemia ovvero la sovrabbondanza di informazioni spesso poco corrette e attendibili. Avrei parlato di più e con maggiore accuratezza di quel che sta accadendo soprattutto per evitare lo stigma e prevenire l’elevato rischio che le troppe informazioni, spesso non accurate, disorientino e seminino panico rendendo difficile per le persone la possibilità di trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno.

Qual è la cosa più stressante per i cittadini? La paura della morte? Il virus? Il lockdown? La crisi economica?

Dipende dalle fasce d’età. Sicuramente quelli che più hanno risentito della paura del contagio, della paura della morte e dell’effetto dei cambiamenti di vita sono le persone anziane. Bambini e adolescenti hanno risentito inevitabilmente dell’emergenza improvvisa durante il lockdown ed è stata pagata a un prezzo alto: non andare a scuola, non socializzare, non giocare in un parco con i propri amici. Nel 70% circa dei bambini sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione mentre negli adolescenti gli effetti più frequentemente riscontrati sono stati i disturbi d’ansia e i disturbi del sonno. Infine, gli adulti temono l’impatto che il coronavirus, e le restrizioni conseguenti, può avere a livello economico.

I mezzi d’informazione hanno contribuito ad aumentare l’ansia?

Certamente! L’effetto negativo e principalmente imputabile ai mezzi di informazione è proprio l’infodemia. Non hanno consentito ai cittadini di ricevere le informazioni di cui effettivamente hanno bisogno per poter agire consapevolmente anziché seguire la scia emotiva. I mezzi di informazione, qualunque essi siano, hanno una importante responsabilità sociale che deriva dalla loro attività.

Cosa accadrà alla fine della pandemia? Quali saranno gli strascichi?

Nemmeno possiamo immaginare cosa accadrà se non facciamo qualcosa, soprattutto per i più giovani. Di certo la pandemia ci ha molto trasformati e anche fatti evolvere, oltre a procurare regressioni e involuzioni soprattutto nelle persone più fragili. E soprattutto cerchiamo di tenere presente che non è necessario aspettare che la pandemia finisca per essere di nuovo felici: si tratta, piuttosto, di una questione di consapevolezza.

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