Il premio dedicato a Khaled al-Asaad

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La città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer, nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; dieci rilievi rupestri assiri ritrovati nel sito di Faida, nel Kurdistan, a 50 km da Mosul; la metropoli neolitica risalente a 9mila anni fa a Motza, a 5 chilometri a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; la Sala della Sfinge della Domus Aurea di Roma;  una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. nell’antica città di Vulci. Sono queste le scoperte archeologiche più significative del 2019 candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’archeologo siriano direttore di Palmira catturato da un gruppo jiadista e decapitato per aver difeso il patrimonio culturale locale.

Il Premio, promosso dalla Borsa mediterranea del turismo archeologico e dalla rivista Archeo in collaborazione con le testate Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia) e da quest’anno anche con British Archaeology,  sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico sulla pagina Facebook della Borsa.

Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e quello di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio ha l’obiettivo di divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli.

Queste le scoperte che concorrono al Premio

Mahendraparvata, l’antica capitale dell’impero Khmer.E’ stata scoperta sotto la fitta vegetazione cambogiana l’estesa rete urbana dell’antica città. Piccoli templi e altre strutture sparse furono scoperte già nel 2012, tuttavia, grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata e a spedizioni sul campo, gli archeologi sono riusciti a tratteggiare una mappa dettagliata della fiorente metropoli capitale dell’impero Khmer. A far emergere questo sito nella sua interezza è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Fondazione di Archeologia e Sviluppo di Londra, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Scuola francese dell’Estremo Oriente di Parigi e dell’Autorità Nazionale Aspara della Cambogia. Dal punto di vista cronologico la città risale al IX secolo d.C. e si estende per 50 Km quadrati sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito di Angkor. Il ritrovamento di Mahendraparvata è straordinario perché questa città si caratterizza per il suo schema urbanistico a griglia precisa e lineare. La città tuttavia non conobbe una fortuna duratura. Il suo popolo decise di spostarsi ad Angkor, situata in un luogo pianeggiante e più adatta alla coltivazione e all’allevamento del bestiame.

I rilievi di Faida. Una missione italo-curda, condotta dall’Università di Udine e sostenuta dalla Fondazione Friuli,  presso il sito archeologico di Faida, 20 chilometri a sud della città di Duhok e a soli 50 chilometri da Mosul, ha consentito di portare alla luce dieci rilievi rupestri di origine assira che aprono nuovi scenari sull’antica Mesopotamia del nord, oggi terra di conflitti. Si tratta pannelli imponenti  scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi sette chilometri. Il canale di Faida, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon (720-705 a.C.) alla base di una collina. Oggi il corso d’acqua ridotto a circa quattro metri è quasi completamente sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli che consentivano di irrigare i campi circostanti rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero.

A Motza la metropoli neolitica. È la prima volta che in Israele, nel territorio di Gerusalemme, si scopre un sito della portata di circa 4mila metri quadrati. Il sito risale al periodo neolitico e per la sua ampiezza è considerato come una vera  metropoli per quell’epoca, caratterizzata da grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia.

Il leone alato di Vulci.E’ rinvenuto durante i lavori di scavo dalla Sovrintendenza dell’Etruria meridionale, nella necropoli dell’Osteria. La scultura, raffinata testimonianza di quella che fu proprio la manifattura artistica vulcente del VI secolo a.C.,  raffigura il leone che, per il popolo etrusco, era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare i profanatori, il fato e gli dei avversi dalle tombe e di vigilare sulla quiete eterna dei defunti.

La Sala della Sfinge nella Domus neroniana. Pantere, centauri rampanti, uccelli, frutta, fiori e perfino una sfinge. Sontuosa e finemente decorata la Sala della Sfinge è venuta alla luce dopo duemila anni durante il restauro della sala numerata 72, una delle 150 del complesso dell’immensa dimora che l’imperatore romano si fece costruire nel 64 d.C. dopo l’incendio che devastò Roma. Una dimora sul modello delle regge tolemaiche, costruita da un colle all’altro della città.