Dopo la tragedia Beirut chiede eccellenze italiane

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Beirut brucia, ancora. In poco più di una settimana altri due incendi hanno messo a dura prova i libanesi, stanchi di questo eterno stato di emergenza. L’esplosione del 4 agosto scorso ha causato una devastazione senza precedenti: trecentomila sfollati, duecento morti, settemila feriti ed oltre 15 miliardi di dollari di danni, fino ad oggi stimati. Ma non finisce qui, purtroppo, questo drammatico bilancio. Parliamo di tre ospedali ormai distrutti ed inagibili, per non parlare del 90% degli alberghi che non hanno potuto riaprire. La città fatica a ritornare alla normalità. La diossina, il nemico invisibile, nuoce alla salute dei libanesi e mieterà, in un medio lungo periodo, molte più vittime di quelle del 4 agosto. 

Atterrato a Beirut, con un volo via Istanbul, mi sono reso conto che l’aria e’ davvero irrespirabile. Scelgo di andare in un hotel che si trova più distante dal porto, in collina, con una bella vista su tutta la città.

Su Beirut c’è una cappa d’aria tossica, e dal porto si scorgono ancora i fumi che provengono dalla macerie. 

La terribile esplosione ha non solo deflagrato interi quartieri della città, ma ha definitivamente messo a dura prova lo stato psicologico dei libanesi, già compromesso da una lunga crisi politica ed economica. Inflazione, crisi finanziaria, instabilità istituzionale e mille altre difficoltà per i libanesi, che in questi mesi hanno problemi anche a ritirare duecento dollari al bancomat. 

Il porto rappresentava il cuore economico di questo paese. Ma ora è solo un triste spettacolo di desolazione: macerie ovunque, perfino le riserve di grano del paese sono andate distrutte. 

L’esplosione ha solo aggravato questo già difficile clima che pone il Libano in un perenne stato di emergenza sociale. 

Nei giorni poi che hanno fatto seguito all’esplosione, anche il governo si e’ dimesso. 

Questo paese vive un delicatissimo equilibrio, anche religioso. A differenza di altri paesi arabi, Cristiani e Mussulmani, coesistono. Ma è una convivenza precaria, sempre così debole, ma pur sempre in piedi. Questo paese conosce rivoluzioni di ogni tipo, ed e’ la Piazza dei Martiri, a pochi passi dal porto, il simbolo di queste proteste. La piazza dove coesistono una moschea ed una chiesa. 

Israele dopo l’esplosione intanto si è dichiarato “cooperativo”, e sembra un gran passo in avanti visto che questi paesi non hanno relazioni diplomatiche e sono ufficialmente ancora in guerra. Ma l’esplosione ha davvero impressionato tutti, tanto che anche gli israeliani al confine, a 240 km di distanza, hanno avvertito il boato. 

Perfino Hezbollah, tramite il suo più alto rappresentate al Parlamento libanese, Mohammad Raad, ha fatto sapere che auspica “una cooperazione nazionale positiva”. Il governatore della regione libanese colpita dall’esplosione, il giorno dopo l’evento, si è mostrato in lacrime dinanzi alle macerie.

C’è il rischio, come sempre in questi casi, che passato il clamore dei primi momenti, il mondo possa dimenticare questa sciagura.

I francesi – il Presidente Macron ha fatto visita a Beirut già il 6 agosto – sono stati i primi a mobilitarsi. Ma non solo: sono in “campo” anche gli Italiani. Il secondo leader europeo a far visita in Libano, e’ stato Giuseppe Conte: una visita lampo, lo scorso 8 settembre, che non ha sortito molti effetti.

Si sta mostrando molto efficace una rete di relazioni ed iniziative che si sta muovendo ancor prima della visita di Conte. E’ il caso del prof. Mario Viscione, presidente di “E.Techichal Consulting”, che insieme al suo team di esperti, ingegneri e specialisti, e’ sul campo a Beirut già da tre settimane. Sono stati convocati dalle autorità libanesi, perché sono riconosciuti a livello mondiale, per il loro lavoro. Si occupano di claims assicurativi e catastrofali, e sono qui a Beirut per offrire assistenza alla popolazione libanese. 

Per saperne di più ho contattato l’Ambasciatrice Italiana a Beirut, sua eccellenza Nicoletta Bombardiere, che mi ha tempestivamente rilasciato delle dichiarazioni, sottolineando come anche la diplomazia italiana sia sempre in campo per offrire supporto alle aziende italiane: “Le imprese italiane sono presenti in Libano anche nel settore infrastrutturale, e in passato hanno offerto un contributo determinante allo sviluppo del Paese. È in questa ottica di forte collaborazione e di solido impegno dell’Italia alla stabilità del Libano, che s’inscrive l’evento di oggi”. 

Ed ecco l’evento di cui fa menzione l’ambasciatrice: martedì 15 settembre ho seguito infatti la conferenza stampa alla Camera di Commercio di Beirut, il cui presidente e’ l’ex ministro delle telecomunicazioni Mohamed Couachir che ha esplicitamente detto in un’intervista che mi ha rilasciato in esclusiva: “Abbiamo bisogno delle eccellenze italiane, ed in questa tragedia la nostra cooperazione crescerà”.

Questo è quello che accade nei palazzi. Per strada la gente mostra il volto della stanchezza. Troppi guai, troppe sciagure. Rimane poi il grande nodo da sciogliere: come e’ possibile che un deposito di nitrato d’ammonio, sequestrato ad una nave russa, sia rimasto incustodito dal 2014. 

A chiarirmi un po’ la situazione sugli ultimi sviluppi delle indagini e’ il driver che in questi giorni mi assiste, al quale ho chiesto di tradurmi ciò che sento dalla radio araba: alcuni funzionari del porto avevano già dal 2015 denunciato la pericolosità di questo deposito e fatto una formale richiesta di messa in sicurezza dell’area. L’ultimo sollecito risale a poco più di due anni fa. Appelli, che non si spiega perché, sono rimasi inascoltati. 

Questa città è duramente messa alla prova ma non vuole arrendersi. Una sera, mentre faccio rientro in albergo, scorgo un cartello, con delle scritte in arabo, francese ed inglese. Riportano la frase di una poetessa, Nadia Tueni, che disse: “Beirut: mille volte morta, mille volte risorta”.  Sarà così anche questa volta, perché la storia di questa terra ne testimonia non solo la grandezza ma anche l’immortalità. 

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