Ginevra Elkann: “I miei urli sul set con Bertolucci…”

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ilgiornale.it

Quando parla di suo nonno Gianni Agnelli ha un velo di nostalgia negli occhi Ginevra Elkann. All’Arena Adriano Studios di Roma per presentare la sua opera prima “Magari“, la regista racconta la lunga gavetta che l’ha portata al film d’esordio con Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher, scritto insieme a Chiara Barzini sulle musiche del cantautore Riccardo Sinigallia. Il titolo del dramedy è racchiuso in una parola che è il sogno di una famiglia perfetta, ma anche la speranza di crearne una senza crepe. O, forse, il rimpianto di qualcosa che poteva essere e non è stato. Un intreccio narrativo dai sentimenti forti che sanno di querelle familiari, accentano il rapporto tra fratelli – da qui le ispirazioni autobiografiche di Elkann e il rapporto con John e Lapo -, apostrofano il ruolo dei bambini nelle relazioni in una pellicola che ha i colori di Sabaudia per la scelta scenografica e un’ambientazione anni ’80,  indimenticabili canzoni da juke-box e storie di vita da sviscerare sul grande schermo. Quasi un romanzo di famiglia tra Parigi e la Città Eterna. L’esperienza sul set con Bernardo Bertolucci, la sua timidezza, il ricordo di nonno Gianni che le ha insegnato il mestiere di fare la settima arte guardando con lei “La Signora di Shanghai”, noir del 1947 diretto da Orson Welles: una coccola d’antan e di memoria per la mente e il cuore che Ginevra porta ancora con sé.

“Magari” è un dramedy romantico e sentimentale.

«Un’esperienza davvero bella, ricca. Una prima regia da me tanto attesa, erano anni che volevo farla. Ho vissuto il set e il film come un’avventura entusiasmante. È stato emozionante lavorare con grandi attori come Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher, ma soprattutto con tre bambini di 9, 11 e 14 anni che sono i protagonisti del film. Perché è attraverso i loro occhi che vediamo la storia della vacanza con un papà che non conoscono bene e che cambierà un po’ le loro vite».

Tre vite autobiografiche?

«Sì, c’è una parte autobiografica, in particolare nei sentimenti. Ma c’è anche molto di non personale perché quasi tutti gli eventi del film non sono mai accaduti. Parecchie esperienze che racconto sono mie, è vero che ho due fratelli e che i miei genitori sono separati, ma ci sono emozioni in cui tutte le famiglie possono rispecchiarsi e riconoscersi».

Suggestioni parigine e Roma incorniciano la sua opera prima.

«In realtà abbiamo girato Parigi a Roma, le riprese sono avvenute in Italia e a Sabaudia. Una scelta produttiva che ha funzionato».

Un episodio off  e singolare dei suoi inizi?

«Ho iniziato quando ero molto giovane e timida. Facevo l’assistente alla regia di Bernardo Bertolucci. Ho una voce molto bassa, giravamo in una casa con una grande scala e, quando si gira, si deve dire “Silenzio!”. Tutti si divertivano molto a farmi urlare questa parola considerando che ero totalmente incapace e mi prendevano in giro. Quindi ho cominciato così. Poi gli episodi sono tantissimi poiché se si sta spesso sul set, e si condivide qualcosa con una comunità, il ricordo del proprio vissuto è sempre molto allegro».

Dalle sue parole si percepisce una grande gavetta che va al di là del nome di famiglia. Si diventa grandi sul set?

«Ho lavorato per anni e ho fatto un lungo percorso prima di approdare alla regia. Penso di essere stata avvantaggiata da opportunità molto belle, grazie anche al mio background. Non sono arrivata a questo punto per caso, sono vent’anni che sto dietro le quinte».

Il primo film è il raggiungimento di un traguardo. Le esperienze più brutte e quelle più belle nel suo trascorso registico?

«Le più brutte le ho dimenticate (ride, ndr.). Tra le più belle c’è sicuramente quella di essere stata accanto a Bertolucci (per “L’assedio” nel 1998, ndr.), Anthony Minghella ( di cui è stata assistente video per “Il talento di Mr. Ripley” nel 1999, ndr.) e vari altri registi che ho prodotto o conosciuto nel momento in cui sono arrivati in Italia mentre svolgevo l’attività di distributrice. Avevo appena 18 anni, ho imparato tanto in quel periodo».

Un ricordo di nonno Gianni?

«Certamente è legato al grande schermo. Mi fece vedere “The Lady from Shanghai” (La Signora di Shanghai) di Orson Welless, un film che lui amava molto. Rivedevamo in continuazione determinate scene. Aveva una passione per il dettaglio e la gestualità. L’attenzione al particolare, ecco cosa significava Cinema d’autore per mio nonno».

Il lockdown è stato produttivo per lei?

«Avevo iniziato a scrivere una nuova sceneggiatura con Chiara Barzini e Ilaria Bernardini già prima della pandemia. Ma c’è ancora del lavoro da fare, è tutto work in progress».