I “branchi di cani” di Velasco Vitali, i veri custodi della terra

0

Velasco Vitali (Bellano, 1960, vive a Bellano, Milano e in Sicilia) ha previsto una nuova configurazione scultorea dei “branchi di cani”, a cui lavora dal 2003, per una doppia esposizione: nel Giardino delle sculture del Mart e a Castel Ivano (dal 12 luglio al 13 settembre 2020).

Le sculture sono realizzate con materiali provenienti dalla cantieristica edile come ferro, catrami, piombo, reti metalliche e cemento. Spunto per la creazione di questa serie è l’osservazione dell’abusivismo edilizio e dei progetti incompiuti che costellano l’Italia: minacciosi, curiosi, silenziosi, i branchi traslano su un piano umanissimo il dibattito sulla fragilità del paesaggio e sulla sua tutela. La resistenza menzionata nel titolo appare quindi una forma di adattamento che invita il pubblico a guardare con spirito empatico al rapporto con la natura.

Nelle pagine del Gran teatro montano (i memorabili Saggi su Gaudenzio Ferrari del 1965) di Giovanni Testori, dove la storia dell’arte assumeva la cadenza coinvolgente della critica militante, tra gli infiniti dettagli individuati nella grande scena pittorico plastica della Crocefissione,la cappella XXXVIII del Sacro Monte di Varallo, ci imbattiamo nella “meravigliante apparizione del cagnolino”; il cagnolino di  Gaudenzio, se tanto torna e ritorna nelle sue opere; il cagnolino che dové seguirlo ovunque; e muoversi qui, mentre il Maestro lavorava […]”. Sicuramente anche Velasco Vitali, come tutti noi guidati da quelle pagine indimenticabili e magari nel suo caso dall’amico Testori in persona, è rimasto colpito da quel sorprendente animale impastato in terracotta e poi dipinto, che, come una delle poche note gaie in quella folla feroce e straziante attorno alla Croce, sembra venirci incontro. Anche i suoi cani sono un esempio di scultura che nasce dalla pittura e viene la tentazione, dopo questo primo confronto con Gaudenzio, di individuare altri possibili ascendenti, dai veltri aristoratici ed elegantissimi che chiudono come idoli muti e impenetrabili il primo piano nell’affresco con San Sigismondo e Sigismondo Pandolfo Malatesta nel Tempio Malatestianodi Rimini, ai polemici bastardini modellati in terracotta da Cecioni – in particolare quello che defeca, inarcandosi e con la coda dritta dritta, della collezione Gonelli di Firenze –, al raro Cinerco dell’Etna che se ne sta accucciato ai piedi delle due divinità nel gruppo marmoreo di Venere e Adone di Canova, allo strano esemplare, simile all’egiziano dio Anubi dalla testacanina, che domina al centro del dipinto Le figlie di Loth di Carlo Carrà. Si potrebbero fare altri esempi, ma sarebbe un’inutile e forse pretestuosa scorribanda iconografica. Potrebbe magari servire a capire meglio l’unicità dei cani di Vitali, direttamente ispirati ai randagi che l’artista ha incontrato nelle sue città e soprattutto in Sicilia, “edificati”– ha scritto benissimo Luca Doninelli quando sono stati presentati alla mostra “Extramoenia”allestita nel 2004 in Palazzo Belmonte Riso a Palermo e subito dopo nel Palazzo della Ragione a Milano – “come case abusive, con rete metallica, o tondino, e cemento schiaffato a cazzuolate, essi non soltanto incarnano un paesaggio tipicamente italico – lavia assolata, il cancello aperto, il fossato secco, e il cane randagio che cammina di traverso, e non sai se ti sarà amico oppure no. Nella loro origine precaria e illegale, nel loro non avere casa, nel loro vagabondare perenne, essi sono al tempo stesso i veri custodi della terra, i figli di un paesaggio irripetibile e, al tempo stesso, di qualche divinità pagana, magari eredi dei cani che, obbedienti a ordine non revocabile”. Possibili autoritratti di Vitali, in questi animali non può che riflettersi il destino degli umani. Il commovente cane appollaiato su uno sgabello impagliato, esposto nel 2006 alla rassegna “Tana” allestita nel sottopalco del CRT, Teatro dell’Arte di Milano, non appartiene forse, nella sua attitudine e nella sua diperata solitudine, allo stesso branco di naufraghi aggrappati alla Zattera della Medusa di Géricault?