Ma come sono limpidi questi giovani classici…

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Si ha sempre timore di scoprire, quando si tratta di poesie di giovani, l’acidulo di certe avanguardie, parole che cozzano l’una contro l’altra rinunciando a un ancoraggio metafisico.

Invece l’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 2 (a cura di Giulia Martini, Interno Poesia, 2020, pp. 188, € 19) raccoglie testi che esprimono una classicità limpida, salva dal disincanto, addestrata a inseguire la bellezza.

C’è una compostezza lucente (l’aveva già rivelata il primo volume, pubblicato l’anno scorso), uno smalto di eleganza perfezionato nell’assiduità con i modelli, nella lettura colta, in un atteggiamento di reverenza verso le parole già cantate a perfezione.

Niente di stucchevolmente emozionale o una realtà spiattellata con impazienza: “in parte obliquo e in parte solo cedimento” è un verso di profonda maturità. Tutto sta in quel contrarsi dei suoni e poi crollare, nel clamoroso variare del ritmo tra il primo e il secondo emistichio.

L’ambizione del poeta dovrebbe essere quella di contenere la vita in un verso e poi chiedere di più a se stesso: farsi bastare mezzo verso. Fino ad avere la garanzia che ogni parola la stia ospitando. “…intorno ai fuochi verdissimi/ degli alberi d’aprile. Mentre tavolini./ Mentre parole./ Mentre passaggi”.

Ci sono giocolerie di suoni rutilanti, poesie che riescono a far suonare anche un punto e virgola, segno d’interpunzione disertato: “È per poterci tendere la mano/ da buoni; e poi l’insidia/ un’altra volta, e un’altra, poi, la mano”. Tornando sempre, con trepidazione. All’endecasillabo. Alla verità.

Due lasse di un componimento ardito nel suo iperrealismo di matrice scientifica che si spengono nella stessa chiusa, di soavità quasi arcadica (l’Arcadia sorgiva di Virgilio): “ – quanto dolce il riposo”.

La classicità non è solo la nostra dei marmi di Carrara, ma pure quella del mondo più nitido che si conosca: il Giappone arcaico. “Al mio stanco me:/ tra le nubi increspate/ prova a dormire”. “Mentre ti penso/ questo quieto telefono/ un po’ più pesante”. A dire la potenza efficace dell’immateriale contro la presunzione della materia.

"Poeti italiani nati negli anni '80 e '90. Vol. 2" raccoglie testi che esprimono una classicità limpida, salva dal disincanto

Certamente poesia è prima di tutto uno sguardo intelligente e lo sguardo si esercita, si affina. “La tapparella abbassata sta vibrando”. “Sulla tovaglia un piccolo quadrato premuto dalle tue dita”. È attenzione ai più minuti segni, dove consistenza è il presagio, urgenza la nostalgia, volontà solo la necessità.

“Aggiorneranno/ la cartellonistica perché non ci si possa perdere e non/ ci si possa ritrovare”. Ecco la giusta invettiva politica: l’orrore del paesaggio del progresso. “E che non manchi un bel garage/ che si apra a comando: come tutto quanto”. Non che i miracoli in poesia non avvengano e l’ultramodernità non si possa convertire in bellezza. Una delle similitudini più impressionanti che si scoprono in questa antologia è: “i petali brillano/ come esplosioni in un videogioco”. Esplosione di vitalità della parola e prova della puntualità ‘profetica’ del poeta.

Il tempo non è tenuto in gran conto ed entra nei testi più come stagione che come storia. “Ovidio in autostrada prima di un temporale lascia un messaggio in segreteria”… La poesia che il titolo promette ha l’impeto di una rivoluzione, per finire in un verso di una sola parola, la parola che incornicia spazio e tempo e li contiene: “cara”.