Da Giotto a Pasolini, a Sutri l’elogio della bellezza

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Justin-Bradshaw_-Il-banchetto-di-Erode_credits-Courtesy-of-Press-Office

Elogio della follia e della bellezza in un confronto visivo che vuole esaltare, tra passato e presente, anche la cultura storica e territoriale italiana. In provincia di Viterbo, dal 26 giugno al 17 gennaio 2021, apre i battenti l’esposizione “Incontri a Sutri. Da Giotto a Pasolini” ideata da Vittorio Sgarbi, prodotta da Contemplazioni e resa possibile, in seguito all’emergenza sanitaria, grazie al supporto di Intesa San Paolo. Dopo il ciclo dei “Dialoghi”, e la pausa dovuta al Covid-19, al Museo di Palazzo Doebbing si riparte con «una regia unica e il desiderio del sindaco, tra le mille difficoltà amministrative, di dare ai suoi concittadini tutto quello che, almeno nel campo dell’arte, in Italia, e in uno dei suoi borghi più belli, è tema centrale e costituzionale.- afferma Sgarbi che del Comune di Sutri è primo cittadino- L’importante intervento nel Palazzo che un tempo fu del vescovo, da parte dell’architetto Romano Adolini, consente, a fianco delle sale destinate al museo d’arte sacra, di avere spazi versatili in cui con limitate dotazioni si possono mettere in collisione esperienze artistiche lontane e diverse».

Tadeusz Kantor_Per la seconda volta mi ha tagliato la strada il soldato napoleonico del dipinto di Goya

Le opere in esposizione e l’omaggio alla teatralità di Tadeusz Kantor

Oltre 250 le opere esposte, dal VI secolo ad oggi: racconti di uomini e donne accomunati dal fil rouge della ricerca del bello. Si parte dai reperti della “Fondazione Luigi Rovati” con i “Petala aurea” (petali d’oro), minute e leggere lamine in metallo dorato che rappresentano la sapienza manifatturiera del periodo bizantino e longobardo. «Questa storia lontanissima è la storia degli anonimi artigiani che plasmavano le forme nel pensiero di Dio. Ma da qui ci si sposta al momento in cui l’arte è espressione di individui che reinterpretano la storia divina attraverso la sensibilità degli uomini. – sottolinea Vittorio Sgarbi durante la presentazione romana e nel testo critico – La vita, la passione, il dolore sono la misura della umana fragilità di Cristo e di sua madre, in un’espressione di dolore tutto umano. Di questo ci parla Giotto nelle sue mirabili e umanissime immagini sacre. Ne vediamo un frammento sullo scorcio del XIII secolo, nel dossale con la Vergine, al tempo del crocifisso di Santa Maria Novella, semplice e disarmata, e anche rassegnata, soprattutto nella forma ancora timida e acerba. Presto la Madonna assumerà un’espressione intensa e drammatica, come nella croce ritrovata della collezione Sgarbossa di Cittadella, un’originale reinterpretazione del “Crocifisso” di San Felice in Piazza di Firenze. Presentare Giotto a Sutri è riflettere sulle origini del linguaggio moderno nell’arte». Lungo il percorso espositivo la creatività scenografica del regista e teorico polacco Tadeusz Kantor si incarna nell’anima, esprimendo quel costante senso di inquietudine che vive sulla sua pelle in una drammaturgica teatralità. Un unicum fatto di pittura, disegno e installazioni mentre per lui il teatro diventa “un luogo dove le leggi dell’arte si incontrano con la causalità della vita”.

Cesare Inzerillo_Duro da morire_credits Courtesy of Press Office

La vita e la morte rappresentate nell’arte e nella fotografia

L’artista siciliano Cesare Inzerillo sembra quasi parlare con Kantor, esprimendo la trasfigurazione realistica della morte nella quotidianità dei riti e delle abitudini attraverso mummie, estratte dalle catacombe dei frati Cappuccini della Trinacria, e scheletri. In “Ora d’aria 2020” appare il logoramento corporeo, mettendo a nudo la debolezza dell’essere umano davanti ad un nemico invisibile come il Coronavirus. Livio Scarpella nelle sue creazioni scultoree, invece, punta a rendere eterna la bellezza, privata dal consueto senso di mortalità, in una visione estetica personale che si fa trait d’union fra lo stile greco arcaico e la Pop art. Come nella viva celebrazione di “Patty-Kore”, un batticuore emotivo ispirato alla cantante Patty Pravo, includendo un tributo alla “Golden Age”. Tramite la sperimentazione materica, Alessio Deli rende attuale il classicismo rinascimentale in un individuale “J’accuse” alla rovina del pianeta dovuta ai disastri ambientali e dall’inquinamento, mentre l’uomo e la natura sono i protagonisti della scultura visionaria di Mirna Manni. Gli oggetti sensuali di Justin Bradshaw si trasformano nei soggetti della sua concezione pittorica e ne “Il Banchetto di Erode” porta nella contemporaneità la narrazione biblica in una dimensione domestica e familiare. Si lega alla Capitale l’esperienza di Franz Ludwig Catel che, dopo essere arrivato nel Bel Paese dalla Germania, iniziò ad immortalare istantanee di paesaggi e costumi popolari della tradizione nei suoi dipinti. La fotografa Chiara Caselli ruba scatti di intimità verso orizzonti infiniti e Massimo Rossetti, al contrario, con le sue vedute squadrate e architettoniche consente di identificare in modo cristallino un luogo reale, distinguibile e predestinato a tramutarsi in memoria.

Gherardo delle Notti_ San Sebastiano curato da Irene_credits Courtesy of Press Office

Le citazioni caravaggesche e gli scatti d’autore di Dino Predriali

I grandi teleri di Guido Venanzoni ricordano la vita maledetta di Caravaggio con un singolare gusto ottocentesco. Lo studio caravaggesco sulla luce viene approfondito da Gherardo delle Notti – quando dal 1610 si trasferì in Italia per circa dieci anni- con il “San Sebastiano curato da Irene”, esposto nella sala museale. I rari e preziosi scatti d’autore di Dino Pedriali, definito non a caso “il Caravaggio della fotografia italiana”, ritraggono il genio Pier Paolo Pasolini, che appare «in quanto io stesso, in carne ed ossa», prima dell’omicidio del poeta all’Idroscalo di Ostia, sul Litorale laziale, avvenuto il 2 novembre 1975. L’esperienza mistica della morte teatrale di Kantor e quella vera di Pasolini si intersecano. Le foto di Pedriali sono un “testamento del corpo” del regista di “Mamma Roma”, immortalato nella sua dimora di Chia, nel viterbese: una torretta che aveva acquistato a Soriano nel Cimino quasi come se fosse un “rifugio”. «È estremamente significativo che, negli ultimi giorni di vita, Pasolini, insieme alla meditazione sulle “Confessioni” di Sant’Agostino, ritorni a pensare al maestro degli anni universitari, Roberto Longhi, che tramite l’incoraggiamento di Francesco Arcangeli, lo aveva folgorato con le sue lezioni sull’arte italiana, in particolare su Masaccio e Caravaggio, pilastri della sua poetica neorealista. – chiosa ancora Sgarbi nella sua critica – Pasolini si era misurato anche con la pittura e, in quei giorni di ottobre del 1975, nella torre di Chia, aveva ripreso a disegnare il volto del maestro attraverso una celebre fotografia ripetutamente tradotta a china su grandi fogli bianchi. Il pensiero rivolto a Longhi è l’estrema testimonianza di una costante rimeditazione sull’arte figurativa cui, nei suoi film, era tornato, con compiaciute citazioni da Giotto a Pontormo. Arcangeli avrebbe riassunto la lezione di Longhi sulla grande arte padana, culminante in Caravaggio (vera ossessione per Pasolini, nei suoi “Ragazzi di vita”, quasi un transfert), con le parole: “corpo, azione, sentimento, fantasia”». «Il nostro sostegno al progetto – dichiara Pierluigi Monceri, responsabile della direzione regionale Lazio, Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Molise del Gruppo Intesa Sanpaolo – testimonia un segnale di ripresa della vita sociale e culturale, un messaggio di fiducia e speranza per il futuro. Nella nuova fase continueremo a supportare il rilancio economico di settori strategici come il turismo con l’obiettivo di rappresentare un elemento di forza per le comunità di cui siamo parte». Nei “verdi paradisi” della Tuscia la mostra sarà visitabile dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle 18, con l’ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura.

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