Convenzione di Faro: pronti a rimetter le mutande a Dioniso?

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Testa di Dioniso - Horti Lamiani - Musei Capitolini Roma-ph. Raffaele pagani / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Mentre gli altri commensali apprezzavano le bollicine dell’acqua frizzante, l’allora Presidente della Repubblica Jacques Chirac pasteggiava a vino rosso: era il 1999, ospite Mohammad Khatami e l’inquilino dell’Eliseo, piuttosto che accettare di togliere i liquori dal ricevimento ufficiale, decise di non pranzare insieme al suo omologo iraniano.

Dice la grandeur, ma il suo successore François Hollande nel 2015 annullò la cena ufficiale con il nuovo Presidente dell’Iran Hassan Rohani per non offenderne la delegazione che aveva chiesto menù halal e niente alcol: peggio che calarsi le brache.

Invece l’anno dopo, a Roma, le brache ce le misero proprio, alle pudenda della Venere Esquilina, del Dioniso degli Horti Lamiani e degli altri gruppi monumentali presso i Musei Capitolini in occasione della visita di Rohani -a volte ritornano.

Allora l’ansia per il rispetto delle moltitudini culturali aveva portato a questo eccesso di autocensura estetico/istituzionale involontariamente comica e pareva che la faccenda fosse finita lì. E invece no.

L’eterno ritorno del cerimoniale ha portato alla Convenzione di Faro: “e che cos’è?” (cit. avvocato Taormina a La Zanzara). Per esteso, è il patto noto anche come Convenzione quadro del consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, sottoscritto dagli Stati membri del Consiglio d’Europa tranne che Francia, Germania (non ci sorprende), Svezia e Spagna (ci sorprende).

Le premesse del patto sono buone (“la conoscenza e l’uso del patrimonio rientrino nel diritto di partecipazione dei cittadini alla vita culturale”), ma gli esiti pratici no.

Già il fatto che la sintesi della Convenzione indichi “un modello di sviluppo economico fondato sui principi di utilizzo sostenibile delle risorse” non promette nulla di buono (l’associazione ai talebani ambientalisti è immediata), ma è quell’enfasi sulla “promozione del dialogo interculturale” che nasconde delle potenziali insidie: infatti all’Articolo 7 intitolato Patrimonio culturale e dialogo leggiamo che “Le Parti Firmatarie devono impegnarsi al rispetto per la diversità delle interpretazioni del patrimonio culturale di un determinato Paese” e a “stabilire i procedimenti di conciliazione per gestire equamente le situazioni dove valori contraddittori siano attribuiti allo stesso patrimonio culturale da comunità diverse”.

Non occorre essere dotti come Papa Ratzinger per sentir l’odore del famigerato quanto fallace politicamente corretto che ha già avuto in Italia l’esito di metter le mutande alle statue nei Musei Capitolini per non offendere “il patrimonio culturale di una diversa comunità”.

Non basta. C’è quella parola nel succitato Articolo 7 della Convenzione, “interpretazioni”, che produce anch’essa più di un sospetto.

C’entra niente l’ermeneutica filosofica: vi è che, essendo “interpretazioni”, allora o facciamo come Nietzsche e ce ne sbattiamo concludendo che il mondo è favola oppure nominiamo un comitato di quartiere che decide quale debba essere l’interpretazione corretta (non ne avevamo già abbastanza di task force, vedi il gruppo di giornalisti dall’Espresso a Open che decide quali siano le notizie buone per noi).

E allora ecco che all’Articolo 16 si vagheggia di un comitato scelto dai Ministri del Consiglio d’Europa con l’incarico di “monitorare l’applicazione della Convenzione” e “stabilire delle norme di procedura quando necessarie“.

Siamo alle solite: c’è sempre qualcuno che pensa di saperla più lunga di te e che conosce l’interpretazione culturalmente corretta della tua identità e di quella degli altri. In questo caso il qualcuno è sovra-nazionale.

Ora, la Convenzione quadro del consiglio d’Europa blah blah è entrata in vigore il primo giugno 2011 e a breve la Camera dei Deputati la dovrà formalizzare: vista la composizione dell’attuale esecutivo ci aspettiamo che, per non turbare la diversità delle interpretazioni, il comitato di salute pubblica del perizoma corretto ripeta la sceneggiata delle mutande a Dioniso in Campidoglio. Speriamo di no. Non si pretende un Generale Da Gaulle alla guida dell’Italia, ma almeno un generale che ne difenda il patrimonio culturale bevendo il suo vino rosso e lasciando che gli ospiti scelgano fra quello e l’acqua frizzante, sì.

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Emanuele Beluffi
Nato a Milano, vivo e lavoro a Milano. Giornalista pubblicista, Ordine Nazionale dei Giornalisti. Laurea in Filosofia presso Università degli Studi di Milano, Filosofia del Linguaggio-Orientamento Logico-epistemologico. Responsabile di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ho curato cento mostre di arte contemporanea in Italia, in collaborazione con svariate gallerie d'arte; i relativi testi critici sono tutti pubblicati a catalogo e online. Ho scritto una monografia pubblicata da Skira. Nel 2016/17 sono stato coordinatore del gruppo Cultura del movimento politico di Stefano Parisi Energie PER l'Italia, candidato sindaco di Milano alle elezioni 2016. Ho prodotto un magazine cartaceo d’arte contemporanea a colori su carta patinata, presentato a diverse fiere internazionali d’arte contemporanea e attualmente conservato al Centre Pompidou di Parigi. Profilo completo qui: https://www.linkedin.com/in/emanuele-beluffi/