“Sul palco come un paracadutista che salta dall’aereo”

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Alla (quasi) vigilia dei suoi sessant’anni, che festeggerà il 18 novembre 2021, mi ritrovo con grande piacere a parlare con Giampiero Ingrassia. Un grande professionista, abile performer, con una carriera soprattutto teatrale, ma sempre dagli altissimi livelli. Riuscendo a calcare non soltanto i palcoscenici più importanti d’Italia, ma anche conquistando l’affetto del pubblico, che lo ammira sempre, nonostante maschere, parrucche e trucco (pesantissimo). E dire che la sua carriera  è cominciata, quasi per caso, guardando Jesus Christ Superstar

Rieccoci Giampiero, due anni fa, proprio al Giornale OFF, confidasti il tuo desiderio di aprire un teatro tutto tuo. Ci sono stati novità su questo progetto?

No, rimane sempre un progetto che intendo attuare, ma chissà quando e dove. Sicuramente non ora, dato il periodo che stiamo vivendo.

Quali sono gli spettacoli teatrali per cui hai lavorato a cui sei più legato?

Frankestein Junior, Cabaret, Il pianeta proibito. E Taxi a due piazze, uno degli spettacoli più divertenti che abbia mai fatto. Come vedi ce ne sono parecchi.

Dato che hai citato tutte queste produzioni internazionali, hai mai incontrato una tua controparte straniera, particolarmente famosa, di qualcuno di questi spettacoli?

Ho conosciuto Carl Anderson in Jesus Christ Superstar. Già il fatto di aver lavorato con lui, che è stato Giuda nel celebre film, è stato molto emozionante. Massimo Romeo Piparo mi chiese se volessi fare Erode, anche se alla fine si trattava di poche scene. Dissi comunque subito di sì. Dopotutto la mia passione per i musical nasce proprio con quel film del 1973.  Ritrovarmi lì è stato come chiudere un cerchio.

A proposito, qual è stato l’incontro più emozionante della tua carriera?

Sicuramente quello con Gigi Proietti. Ho frequentato la sua scuola (ndr,  il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche) e ho lavorato con lui due, tre volte. Auguro a tutti i miei colleghi di lavorare almeno una volta con lui e di essere diretti da lui.

A proposito di Proietti, il tuo primo spettacolo teatrale risale al 1983, prima di frequentare la sua scuola.

Sì, era il 16 aprile 1983, all’interno di un teatro piccolissimo da 50 posti, si chiamava Il Salottino. L’asso nella manica era un giallo, frutto di una compagnia rocambolesca, ma fu un bell’inizio. Io e un mio amico rispondemmo a un annuncio per parteciparvi, nonostante non avessi fatto niente. E andò bene.

Che emozione prevale in te prima di salire sul palco?

Ogni volta ho il cuore a mille. Non solo per la prima, ma anche in occasione della centesima replica. Come quando un paracadutista salta dall’aereo. O un nuotatore si tuffa per una gara importante. Senza quell’emozione non si può fare teatro.

In trentasette anni di carriera ricordi qualche episodio in cui qualcosa è andato storto?

E’ capitato qualche volta di scordare una battuta, certo, ma grazie all’esperienza il pubblico non se ne accorge. Più complesso è, invece, quando si dimenticano le parole di una canzone.

E l’episodio più imbarazzante che, invece, non sei riuscito proprio a celare?

E’ accaduto poco tempo fa, quando vestivo i panni di Edna in Hairspray. Tra il primo e il secondo tempo, insieme alla sarta, ero solito togliere quell’imbracatura pazzesca che mi mettevano per farmi diventare “cicciona”. In quel momento lei mi toglieva sempre il microfono. Un giorno, per distrazione di entrambi, ci siamo dimenticati di rimetterlo prima di entrare in scena. Per fortuna c’era soltanto una canzone corale: ho cercato di mettermi accanto a un performer per far sentire la mia voce.

Un provino che non avresti voluto superare.

No, nessuno. Se ho fatto dei provini è sempre per qualcosa che sapevo mi avrebbe interessato. Mai a scatola chiusa. Non è mai successo, nenche agli inizi.

Un provino a cui invece tenevi particolarmente ma che, alla fine, non è andata come avresti voluto?

Di teatro no, perché non ho mai fatto un provino. A parte la prima volta, per lo spettacolo di cui ti ho raccontato. Per il cinema e la tv sì. Pochi mesi fa ho fatto un bel provino per il Commissario Ricciardi, per la RAI, come coprotagonista della serie, ma è stato preso un altro. Per carità, capita, niente di tragico. Dopotutto sono convinto che se fai bene un provino hai comunque la coscienza a posto, non è colpa tua. Se non si è pronti, invece, meglio evitare, per non sentire quell’umiliazione di aver fatto qualcosa di brutto.

Quanto pesa avere una eredità artistica come quella di tuo padre?

Non è un peso, bensì un piacere. Lo dico sempre, non è una difficoltà né un confronto, dopotutto abbiamo fatto carriere diverse. Lui il cinema, io teatro. E’ un modo per proseguire il cognome della nostra ditta, la ditta Ingrassia.

Toglimi una curiosità: sei un po’ stanco di sentire domande su tuo padre?

No. Avendo avuto un bellissimo rapporto con lui, anche professionale, non mi sono mai sentito succube, come è invece capitato in altre famiglie dai cognomi importanti. Anzi, sono contento che mi si chieda di lui: é un bel modo perché si tramandino le storie di Franco e Ciccio e del bel cinema italiano di allora.