Il coronavirus cambia il tempo ma anche lo spazio

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Foto di LEEROY Agency da Pixabay

E’ bene affermarlo con chiarezza. Il passo dell’Architettura deve essere il passo dell’uomo nel suo spazio esistenziale. Come dire, in una forma più diretta, che il progetto deve corrispondere ad uno spazio organizzato a misura d’uomo. Perché questa precisazione?  Perché negli ultimi tempi si ragiona insistentemente sui modi di abitare nello stato di costrizione in cui ci si trova, dovuto al divieto di lasciare il proprio domicilio per effetto del coronavirus. Ma con il divieto, che peraltro verrà rimosso in questi giorni, si sono appalesati altri aspetti dell’abitare, aspetti che riguardano due tipi di ragionamento, diversi, ma in qualche modo legati fra di loro.

Il primo ragionamento relaziona l’uomo allo spazio domestico, inteso come superficie a disposizione, individuando in un ipotetico indice di affollamento il valore critico possibile. In altri termini, si sostiene che piccole abitazioni penalizzano nuclei familiari di 3/4 persone, che invece sopporterebbero meglio il confinamento domiciliare in abitazione più grandi e confortevoli. E’ un ragionamento che convince soprattutto in situazioni urbane e in grandi centri, dove il limite fra pubblico e privato è generalmente circoscritto alle mura domestiche, ma che allo stesso tempo – è bene precisare – riduce lo spazio a pura funzionalità e solo a valori dimensionali. Nella considerazione negativa prevale la sensazione di chiuso, di spazio delimitato da pareti opache, senza trasparenza o di trasparenza non valutata rispetto a spazi esterni di diversa qualità.

La percezione dello spazio, ma si potrebbe dire la percezione tout court, non è classificabile entro parametri così ristretti, come non è classificabile del tutto se si tiene conto della variabilità  delle sensibilità e del “vissuto” di ogni individuo. Aspetti che possono risultare costrittivi per alcuni individui, non lo sono per altri. Basterebbe ricordare il valore di spazi ristretti, di piccoli angoli domestici che, tuttavia, inducono ad un senso di raccoglimento altrimenti non riscontrabile.

La casa, quella che rappresenta il privato nella sua totalità sino ad essere la proprietà nella sua essenza, è oggi in aperta contraddizione con i suoi principi fondanti. E lo è a dispetto della costrizione per pandemia, in quanto, se stabilizzata nel suo uso continuo nel tempo e non in modo temporaneo, non regge all’urto con un assetto sociale sostanzialmente frazionato e non abituato – e forse non disposto – a vivere in comunità. La famiglia è cambiata. I ruoli sono mutati e forse non sono più riconosciuti in quanto tali. La casa non è più luogo di attività e di relazioni un tempo coltivate con cura e dedizione: leggere, riflettere, osservare, dialogare senza finalità utilitarie immediate.

Dopo la Rivoluzione Francese i nuovi borghesi – nuovi perchè provenienti da una nobiltà estinta per propria indegnità – si appropriarono non solo dei beni monarchici ed ecclesiastici, ma cercarono di riprendere costumi ed abitudini di un tempo con dovizia di preziosità e ricchezze. Lusso e apparenze per una nuova ritualità. Che proseguì nelle successive stagioni della storia di Francia e d’Europa sino ad arrivare alla Rivoluzione industriale, con cambiamenti anche radicali nelle conversioni di modelli sociali. La casa come simbolo di censo, ricchezze, successo resta nelle mani di nuovi borghesi cresciuti sulle ceneri del passato, ma sempre fortemente al potere

La crisi del modello sociale borghese ha portato nei nostri giorni ad una separazione ancor più netta e visibile fra ricchi e poveri. I ricchi prigionieri, per così dire, nelle loro proprietà esclusive, i nuovi poveri, riconducibili sinteticamente a sudditi con sussistenza derivante solo da reddito da lavoro, relegati in abitazioni minime e insufficienti, con caratteristiche di pura funzionalità e sostanzialmente superate.

Quando Le Corbusier pensò all’Unitè d’habitation come modello di una nuova architettura residenziale creò una cellula abitativa che anticipava il concetto di “residence” poi replicato nell’organizzazione alberghiera. Alcuni servizi venivano portati all’esterno della cellula abitativa, come i luoghi di convivialità e di svago, per coniugarsi con una forma i vita collettiva possibile preservata all’interno dell’Unitè.

Ora, quella cellula pensata ma attuata con contraddittori e scarsi risultati all’interno di una struttura non contestualizzata e priva di radicamento sociale potrebbe vivere una nuova stagione assumendo una funzione mista residenza-lavoro. E qui veniamo al secondo ragionamento annunciato all’inizio.  Il lavoro a domicilio, detto con locuzione più aggiornata smart working, già diffuso all’estero e principalmente negli Stati Uniti, tende a rivoluzionare la tipologia e l’organizzazione della funzione mista casa-lavoro.  Bisogna però riflettere su questo aspetto. Infatti, oltre a spazi definiti e dedicati alla funzione lavoro, con possibili variazioni dovute a diversità tipologiche, esistono altri fattori, oltre a quelli progettuali che devono essere obbligatoriamente introdotti. La destinazione d’uso della cellula casa-lavoro diventa bivalente, i vari consumi di esercizio vanno rivisti e ricollocati. Il tramite digitale diventa il “nuovo realismo virtuale” che modellerà comportamenti e stili di vita.

La pandemia ha, in questo contesto, accelerato la messa in atto di cambiamenti già abbozzati o preannunciati. Ma non tutto potrebbe procedere come prefigurato. Il ritorno della contiguità casa-lavoro potrebbe suggerire il ritorno a forme di organizzazione lavorativa neoartigianale, a patto che lo scenario di mercato possa cambiare e favorire questa che potrebbe diventare una nuova frontiera.