E’ ora di togliere la maschera (ma non la mascherina!)

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Dopo anni di lavoro in un’importante società di eventi di Milano, Nina viene licenziata. Non le resta che trascorrere le sue giornate tra le quattro mura di casa. Si sente affranta, non riuscendo più a dare un senso alla sua vita. Fino a quando le vicissitudini della sua vicina diventano per lei fonte di svago. La signora frequenta altre due donne che sembrano conoscerla da tempo e insieme formano un trio curioso: la smilza, la leopardata e la forzuta. Nina non sa ancora che la sua vita prenderà una piega insolita e sorprendente.

Sono le 07:08, sono sveglia, seduta sul letto, a chiedermi perché ho puntato quattro sveglie se non so cosa fare. Un buio spesso, bucato solo dallo schermo dello smartphone, impedisce la funzione ipnotica dei chiodi, lasciandomi in preda a mareggiate di pensieri nocivi nei quali è giusto naufragare.”

Nel suo romanzo Caterina Perali (Le affacciate, Neo Edizioni, 168 pagine, euro 11, 90) stigmatizza questa società in cui il fallimento non è contemplato perché ci fa sentire diversi, inadeguati. In questo caso specifico, il fallimento lavorativo conduce la protagonista alla depressione e ad inanellare una scusa dietro l’altra per non far scoprire all’amica del cuore di essere stata licenziata per non essere giudicata.

Ma il timore del giudizio si estende anche ai social network. dove si cerca di far prevalere sempre la parte migliore di noi stessi per evitare di farci credere dei perdenti. Ecco che ogni giorno è scandito da maschere che ci stanno strette, ma che indossiamo per paura di essere esclusi. Il nostro mondo interiore si basa dunque su fondamenta fragili e solitudini evidenti, ma la gente intorno non deve sapere. Questo è il più grande errore da commettere e che ci fa sentire schiavi della società dell’apparenza dove se non rispetti determinati canoni sei fuori.

Ecco che la depressione diventa l’unica conseguenza logica. Nina fissa le travi del soffitto appena sveglia e paradossalmente si sente sé stessa perché nessuno è lì pronto a puntarle il dito contro. Neanche le chiacchiere che avvengono in chat con l’amica la soddisfano. Si parla di fatti di cronaca, pur di non parlare di sé, del disagio del quale ci si vergogna come se fosse una colpa. La connessione al di là di uno schermo ci fa sentire protetti, ma le distanze aumentano e ci proiettano verso un mondo caratterizzato da introversione e estraneità a ciò che accade all’esterno.

Nina perde il contatto con la realtà che la circonda, è preda di pensieri vorticosi che le impediscono di respirare, il corpo risponde solo all’apatia e il futuro che aveva più volte immaginato come roseo e sicuro si è sgretolato, ma nulla è perduto.

Le tre donne, oramai anziane, che Nina incontra una sera a cena, le aprono un mondo fatto di dolore e concretezza. Da questo confronto generazionale, scaturirà una visione più ottimistica della vita e la consapevolezza di apprezzarne ogni singolo giorno.

Caterina Perali, con uno stile diretto e crudo e una buona dose di ironia, affronta temi attuali che ci inducono a riflettere sul vero senso della vita e sulla nostra capacità di ammettere a noi stessi di essere creature fragili che a volte si perdono lungo il cammino. Inoltre l’imperfezione è sinonimo di bellezza. Basterebbe capire solo questo per iniziare a perdonarci e a trovare quel coraggio che ci fa essere protagonisti e non spettatori della nostra esistenza.