I nostri nonni possono riempire il vuoto pauroso della politica

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Foto di Varun Kulkarni da Pixabay

Maternità significa che prima di poterti mettere al computer a parlare di maternità passa una quantità di tempo incredibile.

In cui avrai dovuto aprire il cancello sporgendoti dalla finestra perché il tuo secondogenito (che perde sempre i telecomandi duplicati a peso d’oro) possa uscire con il pallone sotto l’ascella e la bici – il dove lo vedremo poi.

In cui il piccolo di sei anni ti avrà voluto interrogare sull’esistenza del mago di Oz esigendo prove quasi ontologiche – e appena esaurito il tuo sforzo dialettico avrà ricominciato: “Mamma, e…”.

In cui ti sarai barricata in camera per poter ascoltare il primo (che è a te e solo a te che vuole parlare, senza orecchi indiscreti), il primo, quello che ti ha stanata giovanissima e drammaticamente inesperta di tutto e che adesso cerca di spiegarti com’è il mondo che non si racconta – e tu non smetti di cadere con lo sguardo sempre là, sul livido ormai sbiadito sul sopracciglio-zigomo di quando è finito contro una macchina, e lui se ne accorge e stringe gli occhi per rimproverarti, in un lampo celeste che è lama.

In cui la piccola, due anni, si sarà arrampicata fino alla punta del suo alluce da ballerina calciatrice (c’è sempre un fenomeno di fratello maggiore da emulare…) per aprire la porta e protestare che era con lei che dovevi starci, in quella stanza, perché non saprà leggere l’ora e neanche smanettare sul Huawei della mamma, ma il momento della nanna lo fiuta e, sì, in effetti sono passate le 15. “Mammina…” Funziona così, cioè non funziona niente.

C’è solo un pulviscolo di vestiti e carte e libri e giochi da tenere in ordine, di date da incidere sul calendario, di telefonate da fare – tutte per loro. Mi dissolvono. Ma in un mondo che non funziona, sono felice di averli, sono felice che siano quattro. Tantissimi.

Ho da dire però qualcosa a quelli che fanno politica. Per crescere questi figli ho faticato e fatico so io quanto e se ho smesso di avere la voglia dei partiti e delle ideologie è perché non c’è stata un’attenzione una che abbia visto rivolgere alle madri.

E non parlo di asili nido a tariffa agevolata. Mai presi in considerazione. I bambini piccoli non stanno bene in un contenitore freddo, che non è in grado di rispondere alle loro esigenze e per di più li fa ammalare una settimana sì e l’altra pure, come sanno i pediatri di lunga esperienza. Hanno bisogno di famiglia, almeno nei primissimi anni. Di fabbricarsi una potente riserva d’amore da consumare consumandosi nell’avventura della resistenza alla delusione. Di nonni, di fratelli. Di ore di camminate anche con la pioggia, il freddo, la nebbia. Di guance rosa. Di amici da guardare faccia a faccia e da rincorrere in una piazza. Non di socializzazione coatta e retorica pseudopedagogica e nasi che colano ininterrottamente, producendo febbri, pallore, occhiaie da settembre a giugno.

Nonni: il punto di equilibrio della mia vita di madre, quelli che hanno riempito il vuoto pauroso della politica. Altro che emancipazione precoce. Più passa il tempo e più mi ci attacco. Più aumentava il numero dei miei figli, più s’irrobustivano le mie radici familiari.

Perché fuori non c’era niente, a parte i mille costosi corsi tra musica e sport. L’unico spazio sociale in cui trovarsi tra ragazzi, a parte i bordi di una strada, è stato il patronato, retaggio commovente di una tradizione. È lì infatti che sta andando il mio secondogenito, con il pallone sotto l’ascella.