”Il tempo che resta”, quando la cura è l’ascolto

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Il tempo che resta, è questo il titolo del nuovo romanzo scritto da Michelle Grillo, pubblicato dalla casa editrice Alessandro Polidoro Editore, in cui si racconta la storia di una donna, Anna, rinchiusa in un istituto di cura, composto da stanze asettiche in cui vivono altre donne con situazioni drammatiche alle spalle. A colloquio dalla psicologa, Anna dovrà rivivere quei ricordi dolorosi legati ad un’infanzia vissuta di stenti in una famiglia che sembra non accettarla e ripercorrere quelle tappe che hanno caratterizzato una vita sbagliata circondata da persone che l’hanno trascinata in un baratro dal quale sarà difficile uscirne.

In questo altalenarsi fra passato e presente, la nostra protagonista si fa portavoce di tutte quelle donne che della disperazione si nutrono, negandosi la possibilità di vivere. La loro è un’esistenza fatta di buio e di dolore e ciò che di più colpisce è quel senso di vuoto e di impotenza che le affligge. Sono spesso vittime, fragili creature, tenere e dolcissime, ma anche crudeli, cattive perché sono state costrette a indurire il cuore.

Il tempo che resta, il nuovo romanzo di Michelle Grillo

Ecco che questo romanzo, di sole centoquarantatré pagine, ma di forte impatto emotivo, si deve leggere prestando attenzione ad ogni singola parola che trafigge come lama tagliente. Ci si commuove e si riflette su cosa voglia dire essere rinchiusi all’interno di una gabbia dalla quale non si trova una via d’uscita. Fantasmi, maternità mancate, riscatti mai avvenuti, amori non ricambiati questo traspare dalla narrazione che si contraddistingue per i suoi non detti.

L’autrice, con un stile diretto e crudo, dà quindi voce alle invisibili e dona dignità alla malattia mentale, argomento del quale non si parla mai abbastanza e che si associa spesso a vocaboli impropri quali pazzia, disagio ed esclusione. Invece no, è il contrario quello che dovremmo fare: comprendere chi soffre di un disturbo psicologico e aiutarlo a rendere sopportabile la sua magra esistenza perché la cura dipende dai farmaci, ma passa soprattutto dall’ascolto.