Michele Brambilla: “Quando in redazione portavano l’Eskimo…”

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fonte ilgiornale.it

Quella di Michele Brambilla è la storia di un giornalista che, partendo dal basso, è riuscito ad avere una grande carriera: classe 1958, nato e cresciuto a Monza, oggi è direttore del Quotidiano Nazionale e in passato è stato vicedirettore de Il Giornale e direttore della Gazzetta di Parma. In occasione di un incontro organizzato lunedì 17 febbraio alla Biblioteca Sociale Roberta Venturini di Parma, ha gentilmente concesso un’intervista a Off.

Come è iniziata la sua carriera?

È successo per un fatto legato allo sport: nel 1976, quando avevo 17 anni, l’Italia doveva giocare in finale con il Cile, e la Gazzetta dello Sport aveva fatto una campagna per impedirlo, in segno di protesta contro la dittatura di Pinochet. Io scrissi una lettera al direttore della Gazzetta perché volevo vedere la finale e lui, dopo essersi accertato che esistevo veramente, pubblicò la mia lettera in prima pagina con una sua risposta. Dopo questa prima breccia in un mondo che mi era sconosciuto, perché non avevo parenti giornalisti, tramite il corrispondente da Monza della Gazzetta iniziai a collaborare con Il Cittadino, un settimanale locale.

Che ricordi ha del periodo in cui lavorava al Giornale?

Ci ho lavorato 2 volte: la prima a 19 anni, quando per un anno sono stato il corrispondente da Monza, dalla Brianza e dalla provincia di Milano. Ricordo che quando entravo nella redazione provavo una grande soggezione, perché vi lavoravano Indro Montanelli, Enzo Bettiza e Mario Cervi, che erano i miei idoli. Il loro era ancora un giornalismo come si vedeva nei film, con la cronaca nera e le notti trascorse in questura. Sono stati gli anni più belli della mia vita, e anche se ho fatto molti sacrifici, perché lavoravo tutto il giorno e non potevo uscire con gli amici, non me ne pento affatto. La seconda volta sono stato vicedirettore per 2 anni, all’incirca dal 2007 all’estate 2009.

Come vede la situazione dei giornali italiani?

È molto drammatica, perché la gente non compra più i giornali di carta, che hanno perso circa due terzi delle copie vendute in 12 anni. Ma sono certo che il giornalismo non morirà, c’è solo un problema manageriale, perché gli editori ancora non riescono a farsi pagare i pezzi sul digitale. Con internet abbiamo molti più lettori, ma non riusciamo a farci pagare, ma verrà il giorno in cui riusciremo a monetizzare; e quando accadrà ripartiremo alla grande, perché la gente ha capito che non può fidarsi di ciò che trova sui social.

Michele Brambilla, classe 1958, direttore del Quotidiano Nazionale e in passato vicedirettore de Il Giornale e direttore della Gazzetta di Parma

Lei ha anche scritto dei libri…

Fare un libro è rimasto un desiderio alto, perché nonostante siamo nell’era del digitale la gente preferisce il libro di carta all’ebook. Quando ho avuto un po’ di cose da raccontare ho scritto il mio primo libro, L’eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «sedicenti» (dal 1968 in poi, l’estremismo di sinistra poté godere della benevolenza, del consenso, e a volte della complicità della maggior parte dei giornali e del mondo della cultura ufficiale, n.d.r.), che a distanza di 30 anni è stato ristampato più volte. Ne ho scritti anche altri, ma adesso no perché facendo il direttore ho meno tempo. Però scrivere un libro è molto bello, perché è qualcosa di solo tuo, che a differenza del giornale rimane nel tempo.

Ci racconta un episodio OFF della sua carriera?

Ce n’è stato uno di cui fui testimone: era la primavera del 1981, e lavoravo al Corriere d’informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera. Un bambino di 6 anni, Alfredino Rampi, cadde in un pozzo a Roma. All’inizio, dopo che uno speleologo era riuscito ad afferrarlo per un piede, il direttore ci disse di scrivere che il bimbo era salvo. Ma poco dopo si seppe che gli era sfuggito ed era precipitato, così ci fu una corsa per tutta Milano per ritirare le copie in edicola, poiché dalla televisione tutta Italia sapeva che il bimbo non era salvo. Quell’episodio segnò la fine dei giornali pomeridiani, e l’avvento delle dirette televisive, e a mio parere fu il primo colpo alla carta stampata.

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