Luca Ormelli, baccanali poetici per menti magmatiche

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«Tra le rovine, ancora, sfavillano uomini». Questa dedica, che lapidaria e sincopata come un haiku d’Occidente invoca insieme crisi e resurrezione, campeggia sulla mia copia di Gangbang, gioiello poetico concepito dalla magmatica mente di Luca Ormelli (Controluna, Roma 2018). È proprio nel tratto iridescente della divagazione intima da lui appuntata, che mi permetto qui di violare, violentare forse, a beneficio dei lettori, a campeggiare la potenza espressiva della scrittura poetante di Ormelli – che, precisiamo, è con Gangbang alla sua prima pubblicazione letteraria, dopo varie incursioni filosofiche nei meandri della rete.

La silloge inanella componimenti senza titolo: il nulla, il vuoto cosmico si palesa anche in questa assenza. L’“ospite inquietante” – così Nietzsche definì il nichilismo – si fa nei versi di Ormelli anfitrione della banalità. Il problema del Moderno che, con angoscia, vero e proprio spleen, attanaglia l’autore e ne insozza la china, è vissuto in tutto il suo parossismo: Ormelli – così ci pare almeno – non critica taluni aspetti della contemporaneità per salvarne altri, non individua nemmeno, à la Ernst Jünger, oasi di trascendenza nel deserto del nichilismo, semplicemente proietta tutto uno scenario abominevole, quello della vita moderna esperita nella a-tragicità del suo volgare senso comune, impressionando, in senso fotografico, tutto il proprio disgusto. In Gangbang risuonano di contraltare, nel sottotesto, alcuni titani dell’Otto/Novecento: Rimbaud e Baudelaire, Bukowski e Leopardi, i celeberrimi Palahniuk e Houellebecq, il meno noto e compianto Simone Cattaneo. Forse, la chiave della fenice – di morte e resurrezione – sta anche in questi titani: «Tra le rovine, ancora, sfavillano uomini».

Di certo, la loro presenza nelle metropoli liberal-democratiche è sempre più occultata: «I fili del tram tagliano la città. / Nessun cielo vi si appende, / nessun Dio da bestemmiare».

Il dolore, d’altro canto, risuona nel creato tutto: «La lucertola si aggrappa al sole / il suo gelo è dentro, è lì / che si spezza qualcosa / quando sei solo».

In questi frammenti lo stile vigoroso e asciutto di Ormelli non rinuncia all’espressività poetica. Questa si manifesta in tutto il suo ardore nel baratro assiale di simboli e analogie di cui è intessuto un componimento particolarmente evocativo: «Il sole esplode in cupole azzurre. / Il mare è un mosaico che arde / l’estate dalle midolla di perla. / Bevo la notte nera e la testa gira, / senza fame, ingombra di stelle. / Dio non c’è. / Neanche io». Il tessuto magico di cui è intessuto il cuore della materia riluce di potenze numinose anti-collettive e, insieme, anti-solipsistiche: di un’apertura al baratro, si tratta. Proprio qui, nell’orgia poetica di Luca Ormelli, si avverte tacito, un convitato di pietra: è il silenzio cosmico, senza desiderio ma colmo di stelle.