Bif&st, la TV del dolore vista da Maccio Capatonda

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IMG_1012Si può ridere di nostri vizi e contraddizioni? I grandi maestri della commedia all’italiana – da Monicelli a Risi e Scola, giusto per citarne alcuni – ci hanno insegnato di sì. I nuovi autori ne hanno fatto memoria, senza volerli emulare o farsi schiacciare da quell’eredità e l’esempio di “Omicidio all’italiana” di Marcello Macchia (in arte Maccio Capatonda) è tra questi. Lo stesso titolo vuole evocare certo l’idea della commedia all’italiana, ma ci tiene a precisarlo: lungi da lui paragonarsi.

Dopo esser stato distribuito nelle sale a inizio marzo, il suo secondo lavoro è in gara nella sezione Opere prime e seconde al Bif&st 2017. Il comico è molto seguito, soprattutto su youtube, ma anche in programmi di successo (come gli sketch in “Mai dire…”). Nelle opere da lui dirette ci piace che abbia continuato ad avere la cifra con cui si è contraddistinto (anche di trasformismo) mettendo in campo, con l’ironia di chi non ha paura di dire, quello che siamo diventati. In “Omicidio all’italiana” tocca un tasto molto contemporaneo, creando una situazione che sembra irreale, ma è all’ordine del giorno quanto la realtà possa superare la fantasia.

Il tutto si svolge in un piccolissimo paese dell’entroterra abruzzese, Acitrullo (nome di fantasia), dove son rimasti principalmente gli anziani e non riesce ad arrivare neanche internet. Il sindaco (lo stesso Capatonda) è disperato nel vedere andar via i pochi abitanti rimasti. «Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice (Herbert Ballerina) per far uscire dall’anonimato il paesino? Oltre alle forze dell’ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo “Chi l’acciso?”, condotto da Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli). Grazie alla trasmissione e all’astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un… omicidio a luci grosse??» (dalla sinossi).

Capatonda ha dichiarato durante l’incontro stampa: «non riesco a capire come mai siamo più attratti dal dolore» ed è proprio questo che smaschera la sua opera seconda, facendo occhio di bue sui meccanismi mediatici e anche sulle attività commerciali e turistiche che si innescano – è noto come certi luoghi dove sono avvenuti fatti di cronaca siano diventati mete da visitare purtroppo. Si evince dal film – e l’ha sottolineato – non ci si è voluti rifare a qualche personaggio e/o programma in particolare, ma mettere in luce come spesso i fatti di cronaca nera (vera) vengano trasformati e trattati come se fossero delle serie tv.

I punti di forza del lungometraggio risiedono nei tipi che vengono ben tratteggiati – al limite del grottesco e surreale – e nella scrittura permeata anche da una buona dose di cinismo (non manca un messaggio finale, a modo suo). Senza peli sulla lingua, Capatonda ci porta a specchiarci e chissà se riuscirà a smuovere qualcosa nella società (con i processi sul piccolo schermo e sulla carta stampata che avvengono prima di quelli legali) o quantomeno in noi.