Dario Fo, quando l’inchiesta ammazza il teatro

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«Camminiamo sul tapis roulant» dice Dario Fo nelle prime battute del suo nuovo spettacolo Ciulla, il grande malfattore, che ieri ha debuttato al Teatro Duse di Bologna, ma anche lui pare non essere da meno. Accompagnato da Piero Sciotto, quasi annoiato e distratto, e un affettato Jacopo Zerbo, racconta le vicende del celebre falsario siciliano attraverso la storia d’Italia del periodo in cui visse, a cavallo del Novecento. Iniziano con una canzone che sembra quasi non abbiano mai provato tanto la cantano male, (per stessa ammissione di Fo!), che non resiste alla solita cifra, poco teatro e troppa inchiesta, stile che pervade tutto il primo atto, dove i tre sembrano non trovare il tempo e il giusto passo.

Paolo Ciulla, originario di Caltagirone, affabulatore, omosessuale, artista estremamente capace, ironico, «maestro del fantastico», una carriera da falsario, un percorso segnato dalle cattive abitudini di un paese che persegue nei propri sbagli e nella cattiva politica. Ciulla prova in tutti i modi una onesta carriera d’artista ma la vita si accanisce, e per dimostrare il proprio talento finisce con il creare banconote false, «perfette», così le giudica anche il perito del processo a seguito del quale l’artista, verrà condannato, mentre negli stessi anni scoppia lo scandalo della Banca Romana che emise 53 milioni di banconote non autorizzate e per le quali tutti i responsabili coinvolti, furono assolti. La solita ingiustizia, i soliti poteri.

Lo racconta nel secondo atto lo stesso Ciulla/Fo riferendosi alla storia italiana e al suo malcostume politico, oramai vecchio e cieco, tornato in Italia dopo essere stato internato in un manicomio americano con la diagnosi di «manie di grandezza», male nazionale spiega l’artista ai medici, il Giullare trova di nuovo il palcoscenico e il passo, il tango che spiega ballando segna l’incolmabile distanza dai suoi compagni di avventura e dallo zoppicante primo atto, in cui c’erano molte cose tranne il teatro.