Craxi, il leader “controvento” che mandò Marx in soffitta

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C’è un Craxi inedito che rivive a vent’anni dalla sua morte nel libro di Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi (Rubbettino editore, pag. 202, 15 euro). L’autore ne ripercorre l’ascesa nella Milano socialista del dopoguerra dove Craxi fu funzionario di partito, consigliere comunale, assessore e quindi deputato.

Una carriera tutta interna al PSI, spesso in minoranza, fino a quando nel ’76 al Midas non raggiunse il punto più alto con la segreteria. I vecchi notabili da De Martino a Mancini erano convinti che la sua sarebbe stata una segreteria “debole”, ma in pochi avevano intuito che Craxi sarebbe invece divenuto il leader assoluto di un partito ancora troppo condizionato dalla sudditanza verso il PCI dove lo aveva spinto De Martino quando in occasione delle elezioni del ’76 aveva detto: “Mai più al governo senza i comunisti”.

Sfidò Berlinguer sugli ingenti finanziamenti che il sistema delle cooperative versava al PCI, tolse la falce e il martello e inserì il garofano rosso, mandò Marx in soffitta, si affidò a Proudhon e organizzò con Carlo Ripa di Meana la Biennale del dissenso.

Nonostante il successo e i primi corteggiamenti Martini fa il ritratto di un uomo semplice (gli piaceva mangiare con le mani), mantenne la sua modesta casa di Milano di fronte al carcere di San Vittore e non amava particolarmente il lusso.

Cercò quindi di rimettere il PSI al centro dello scacchiere politico e parlamentare poiché rischiava di rimanere schiacciato dal compromesso storico che cadde sotto i colpi delle BR e del rapimento Moro.

Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi

Come ricorda Martini, Craxi fu uno dei pochi a voler aprire una trattativa per salvare la vita al presidente della DC e utilizzò anche canali che appartenevano al sottobosco “oscuro” della politica e del potere.

La sfida alla linea della fermezza di PCI-DC-PRI gli dette grande visibilità e Craxi furbescamente ne approfittò. Una volta venuto meno l’accordo DC-PCI capì che era giunta l’ora di giocare da protagonista e sfidò la DC sull’elezione del presidente della Repubblica dove riuscì a portare Pertini con un abile stratagemma: “Ho fatto credre al PCI che Pertini mi sia contrario”.

La strada verso Palazzo Chigi era ancora lunga ma Craxi aveva bisogno di tempo per accreditarsi presso gli Stati Uniti, infatti sposò la linea atlantista e incontrò a Roma in diverse occasioni anche l’ambasciatore Richard Gardner (a cui chiese anche finanziamenti per il PSI).

Nel’83 divenne Presidente del Consiglio e vi rimase fino all’87, vincendo il fuoco incrociato di Berlinguer e De Mita. Varò un governo di primissimo piano, Martini lo definisce una “squadra di serie A” con dentro Forlani, Andreotti, Spadolini, Scalfaro, Longo, Visentini… e si fece notare per il suo carisma, il decisionismo e la scrupolosità con cui esaminava tutti i dossier.

Craxi si affermò come leader, fu attento alla comunicazione ma non fece niente per risultare simpatico, tanto da apparire come un vero antipatico.

Favorì il dispiegamento dei missili americani a Comiso, firmò un nuovo Concordato con la Chiesa grazie alla mediazione di Acquaviva, sfidò il PCI sulla scala mobile – anche se dal libro si evince che Craxi fino all’ultimo ha cercato un accordo con Berlinguer ma secondo le parole di Lama fu il segretario del PCI a volere lo scontro – si scontrò nella notte di Sigonella con l’America di Reagan, ruppe il tabù sull’intoccabilità della Costituzione e contribuì ad una grande ripresa economica del paese che sorpassò l’Inghilterra della Thatcher.

Furono però anche gli anni in cui il debito pubblico cresceva enormemente e il finanziamento illecito dei privati e degli enti di Stato scorreva in grande quantità nelle casse dei partiti.

Gli amici erano tanti ma i nemici ancora di più, dal vasto e potente mondo comunista Craxi era visto come un “bandito”, il “nuovo Mussolini” e fu impossibile creare dopo l’uscita da Palazzo Chigi un fronte unico di sinistra.

Il CAF (l’accordo di potere tra Craxi-Andreotti-Forlani), i problemi fisici, la caduta del Muro di Berlino e quindi la perdita per l’Italia del suo ruolo di pendolo che oscillava tra Est e Ovest, e le inchieste giudiziarie sanciranno la sconfitta di un leader che era andato veramente vicino al traguardo di poter cambiare l’Italia attuando in anni difficilissimi una “Grande Riforma” dello Stato.

Oggi, dopo vent’anni dalla morte, prestigiosi autori come Fabio Martini cercano di ridare all’Italia un personaggio “ingombrante” e controverso che nonostante gli errori ha tutto il diritto di tornare al centro del dibattito politico e culturale. La sinistra per troppi anni ha cercato di rifuggire dall’eredità di Craxi, ma è giunto il momento di fare i conti con il proprio (ingombrante) passato.