Quella foto con Andy sul water e bassotto al guinzaglio…

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Alberta Tiburzi ph. Stefania Marchetti

Alberta Tiburzi è prima modella di importanti maison di moda, che la portano ad apparire sulle maggiori riviste degli anni ’60/’70 quali Vogue, America ed Harper’s Bazaar dove posa per i grandi fotografi dell’epoca, Irving Penn, Richard Avedon e Helmut Newton. Grazie all’incontro con Hiro, un altro famoso fotografo che la incoraggia a intraprendere la carriera di fotografa, lavora in Italia ed all’estero con le maggiori riviste di moda diventando celebre per la sua fotografia rivoluzionaria. Leggenda vuole che nel ’77 per il film Gli Occhi di Laura Mars il regista Irving Kershner, per il ruolo della fotografa interpretata da Faye Dunaway, si sia ispirato proprio a lei. Nei suoi scatti risalta l’uso sapiente della luce attraverso specchi e superfici riflettenti, al punto da essere soprannominata la “Signora della Luce”.

Il suo primo ricordo collegato alla “scatola magica”?

Ho un’immagine chiara nella mia mente. Io, modella, sono seduta in un Caffe della Place des Vosges a Parigi, con in mano una piccola Minolta che mi ha appena regalato Hiro Wakabayashi, il celebre fotografo giapponese. E’ l’alba e stiamo facendo colazione dopo una lunga notte di lavoro, per un servizio fotografico sulle Collezioni d’Alta Moda, per Harper’s Bazaar America. Hiro si rivolge a me, che resto stupita, dicendomi: “Ho visto come tra una foto e l’altra vai sempre a vedere come lavorano Bea e Ruth (Feitler e Ansel, le due magnifiche Art Director di Bazaar che all’epoca sceglievano, impaginavano e spedivano a New York le foto appena realizzate) e poi parli sempre di Fotografia e di Arti Visive. Allora perché non te le fai da sola le foto?” Io rispondo che è impossibile perché non ne so niente di tecniche fotografiche. Lapidaria la risposta: “La tecnica si impara ma forse non hai il coraggio“. Invece, il coraggio l’ho avuto, non subito ma un po’ di tempo dopo. Ho portato con me la Minolta in un viaggio di lavoro ai Caraibi come modella per Look Magazine. Mi divertivo molto a fotografare in libertà, anche se ero sicura che il risultato sarebbe stato un disastro. Ma non è andata così.

Simonetta Gianfelici e Joyce per Krizia ph. Alberta Tiburzi
Simonetta Gianfelici e Joyce per Krizia ph. Alberta Tiburzi

Da icona della moda, splendida modella, è stata “immortalata” da monumenti della storia della fotografia come Avedon, Newton e Hiro. Cosa le è rimasto di loro e di quel periodo?

Quando alla fine degli anni ’60 sono approdata a New York, chiamata dalla mitica direttrice di Vogue Diana Vreeland, non avrei mai immaginato l’indimenticabile avventura che sarebbe iniziata per me. Con una fortuna sfacciata mi sono trovata a vivere nel momento giusto e nel posto giusto, in un contesto culturale rivoluzionario che ha cambiato la vita nel mondo e la mia. Innumerevoli i personaggi geniali che ho incontrato, perché succedeva di tutto: non solo fotografi ma artisti, musicisti, attori e registi. Sono anche stata l’interprete femminile del film The Fall del regista Inglese Peter Whitehead, che documentava quello che allora succedeva in America. Interpretavo me stessa: una modella di successo a New York. Le esperienze vissute e condivise con i più grandi fotografi dell’epoca avrebbero costituito per me un’esperienza fondamentale quando divenni fotografa a mia volta.

Balenciaga - Alberta Tiburzi by Hiro - Harper's Bazaar
Balenciaga – Alberta Tiburzi by Hiro – Harper’s Bazaar

L’incontro con il grande fotografo Hiro è stato determinante. È vero che gli incontri possono cambiare la vita?

Assolutamente sì. Come modella, anche se avevo un contratto di un anno con Vogue, non mi riconoscevo nell’immagine glamour del giornale. Più simile alla mia indole era il mondo orientale di Hiro, che non rendeva mai le donne belle, ma realizzava fotografie tecnicamente stupefacenti e innovative. Ed è sempre Hiro che quando vide le foto che avevo fatto ai Caraibi, sempre severo e lapidario, chiosò: “Why don’t you become a photographer?” Uscii dal fantastico studio che lui divideva con Dick Avedon correndo per le strade di New York veramente felice.

L’incontro con Andy Warhol?

In quel periodo ci si trovava tutti alla Factory. Anche Andy Warhol faceva parte del nostro giro newyorkese, in seguito ci siamo rivisti anche a Roma e Venezia. Più tardi, in Italia mi chiesero di fare un servizio fotografico su di lui. Come sempre, Andy parlava pochissimo e, come sempre, andava in giro con la sua polaroid e un sacchetto di plastica. Abbiamo fatto diverse foto all’interno di questa villa vicino a Roma, sempre senza parlare. A un certo punto, sempre senza parlare, si sedette sul water con le gambe incrociate e un bassotto al guinzaglio.

Andy Warhol ph. Alberta Tiburz
Andy Warhol ph. Alberta Tiburzi

Helmut Newton?

A Helmut non piaceva fare foto di moda, ma non si poteva dire di no a Vogue America! E comunque le modelle che prediligeva erano delle valchirie altissime come lo erano solitamente le modelle di Vogue e io ero alta soltanto 172 cm. Era il periodo di Veruschka, la super modella più iconica degli anni ’60, alta 190 cm e, non so perché, ma ci fotografavano spesso insieme. Io, quasi sempre, con uno sgabello sotto i piedi. Nacque comunque un rapporto di amicizia tra me e Helmut destinato a durare nel tempo .

Giochi di specchi e luce. Sono una metafora?

La prima volta che una giornalista mi ha chiamata “La Signora della Luce”, ho comprato molte copie del giornale. Ricompensa frutto di una continua ricerca della luce e sulla luce. Gli specchi e i riflessi hanno salvato la mia vita lavorativa. Ma la storia è lunga. Forse devo dire grazie agli Egizi e al faraone Akhenaton, del quale sono stata sempre innamorata!

1 commento

  1. Sono un buon amico di ALBERTINA
    donna intelligentissima ,ironica ,vera.
    Questo al di là della sua superba creatività,del suo essere artista di livello superiore.

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