Jean Calogero: la pittura, la Sicilia e il sogno

0
JEAN CALOGERO - I DOMATORI - CM 73x60 (1975)

Il pittore Giovanni “Jean” Calogero si è spento nel 2001 senza consegnare alla critica la possibilità di scolpire una definizione su di lui che potesse reggere al passare del tempo. Siciliano per nascita (1922), curioso esploratore delle avanguardie del Novecento, ma surrealista per vocazione. Ecco chi era. Fino al 19 gennaio, la collezione Omaggio a Catania sarà esposta all’interno della Galleria d’Arte Moderna (GAM) del capoluogo etneo. Un vero e proprio tributo alla città natale,  rappresentata su tela «come se generata da un sogno architettonico e ricca della sua cromatica poesia». 

Il sogno, appunto. Restiamo qui, su uno dei tratti più evidenti della produzione pittorica di Calogero. Eccolo intervistato da Maria Grazia Cutuli (la giornalista del Corriere della Sera rimasta uccisa in Afghanistan): «Quando dipingo non penso assolutamente a niente. Mi metto davanti alla tela, ed è come se mi chiudessi in una bolla di cristallo. Comincia un viaggio attraverso l’immaginazione e non so dove mi porterà. So solo che incontrerò delle immagini, che esse prenderanno corpo sulle mie tele, che vivranno all’interno di una realtà che scaturisce unicamente dal mio umore, da come in quel momento vedo le forme e i colori». 

Una sintesi complessa, articolata che però non risolve affatto il problema. Semmai lo complica. Anche per questo, un altro grande siciliano, Leonardo Sciascia, ha tentato di mettere ordine alla questione: «Comunque, una definizione di questa pittura – scriveva nel 1970 – bisogna tentarla, qualche collegamento bisogna cercarlo. Direi, ecco che Calogero è un surrealista quale poteva nascere in Sicilia: uno che non opera l’epanchement du rêve dan la vie réelle, ma totalmente sfugge alla vita reale». 

Non sfugge però al proprio destino territoriale, nonostante gli anni di studio a Parigi. Scrive ancora Sciascia: «Nato a Catania, là dove la città intera fa da coro al dramma del Bell’Antonio, là dove con terribile crescendo il pensare alla donna è come l’implacabile discesa del magma etneo, Calogero sogna un paradiso perduto, un mondo di innocenza in cui i sensi dell’uomo soltanto conoscono e godono il dono dei frutti». 

Calogero si muove con agilità tra paesaggi onirici e vette metafisiche. Non per questo però rifiuta l’ingaggio con il mondo reale e le sue dinamiche sociali. Lo fa tuttavia con lo strumento plastico dell’ironia: «Alla sua pittura – spiega Nicolò D’Alessandro – attribuisco un valore di onestà intellettuale, di svincolo consapevole del conosciuto, riconoscendone l’assurdo delle rappresentazioni, le contraddizioni palesi della civiltà attraverso l’elusione, l’annullamento dei significati allusivi alla realtà. Mette a nudo le nostre illusioni borghesi».