Nancy Brilli: “La femminilità? Non è solo una calza autoreggente… “

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fonte @nancynicoletta.brilli pagina FB

Ha iniziato giovanissima al cinema con Pasquale Squitieri in Claretta, per poi approdare a teatro con Pietro Garinei e in numerose fiction di successo, dove, oltre alla bellezza, è emersa la sua verve ironica. Ma ora è tornata al suo primo amore: l’11 dicembre è partita la tournée di A che servono gli uomini? (fino al 6 gennaio al teatro Quirino di Roma, per poi proseguire fino ad aprile in altre città italiane), commedia di Jaja Fiastri, con la regia del Premio Oscar Lina Wertmuller, dove l’attrice romana interpreta la protagonista.

Teo, il suo personaggio, è una donna stufa del genere maschile. Lo è anche lei?

«No, decisamente no. Lei ha avuto solo delusioni e non ne può più. Decide di vivere da sola perché ha incontrato solo bugiardi, vili e mascalzoni. Non è il mio caso. Io ora desidero vivere da sola, ma le motivazioni sono diverse. Non è una situazione che mi auguro duri per sempre, però in questo momento sto bene così. Mi sto godendo mio figlio, i miei animali, la mia libertà, la mia casa».

Come sono cambiati gli uomini?

«In alcune cose sono migliorati: quando ero piccola i papà non erano così presenti in famiglia. Adesso vedo che i papà seguono molto i loro figli. E questo è un segnale importante. Però noi donne dobbiamo fare ancora un po’ di lavoro per essere considerate uguali».

Pensa questo sia anche colpa delle donne?

«In parte sì. Se alcune donne smettessero di pensare all’uomo come ad una sistemazione e pensassero a sistemarsi con se stesse, sarebbe molto meglio. Inoltre, dobbiamo imparare a fare più gruppo».

C’è qualcosa del suo personaggio che le somiglia?

«No, è differente da me. Teo all’inizio è una donna che si è dimenticata di essere femminile. Non si prende cura del suo aspetto e fa il maschiaccio, perché è convinta che, per essere presi in consoderazione, si debba comportare così. Poi piano piano scopre la femminilità, fino ad arrivare al massimo livello, quando diventa madre. Da quel momento acquisisce dolcezza ed accoglienza. Per me la femminilità è questo: la capacità di accogliere e di dare. Non è la calza autoreggente».

Come è nato in lei il desiderio di fare questo mestiere?

«Non è nato, me l’hanno chiesto e l’ho fatto. Io me ne volevo andare da casa. Ho avuto questa opportunità e ho fatto il primo film. La decisione di fare l’attrice invece è nata, tempo dopo, a teatro, al Sistina, in Se il tempo fosse un gambero. Anche lì mi hanno scelto per uno strano caso del destino. Una volta dentro il Sistina, ho capito che era quello il lavoro della mia vita.
Appena salita sul palcoscenico mi sono sentita a casa. Ho avvertito un senso di protezione e quella sensazione di stare nel posto giusto».

Ci sono stati episodi OFF agli inizi della sua carriera?

«Ero con un mio amico, stavamo passando per via Sistina e c’erano un sacco di ragazze. Lui, incuriosito, entrò nel teatro e una volta uscito mi disse che mi aveva fissato un appuntamento per il provino. All’inizio mi arrabbiai, poi la presi come una sfida. Lui mi aveva detto: “sono convinto che quel ruolo lo farai tu e se ti danno la parte tu mi devi comprare uno smoking firmato”. La sera della prima lui stava col suo smoking firmato…».