“In USA con 100 dollari in tasca, ma poi quella telefonata..”

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Sara Lazzaro, tra i protagonisti della serie di Rai Due
ph Manuela Masciadri

Proprio quando aveva cominciato a prendere in considerazione l’idea di un piano B, è esplosa la sua carriera d’attrice. Sara Lazzaro, tra i protagonisti della serie di Rai2 Volevo fare la rockstar, si racconta a OFF.

Sara, ti stiamo vedendo tra i protagonisti della serie Volevo fare la rockstar. Com’è andata sul set?

Senza alcun dubbio posso dire che è stato uno dei migliori progetti di cui io abbia mai fatto parte. L’armonia e la voglia di fare e dare era condivisa da tutti, davanti e dietro la macchina da presa, creando un’atmosfera stimolante e molto creativa. Dal primo giorno sapevamo che avevamo tra le mani un’opportunità e penso che sia stata giocata al meglio delle nostre possibilità. Eravamo una grande squadra, guidata da un insostituibile Matteo Oleotto.

Attualmente, a quali altri progetti ti stai dedicando?

Al momento sto girando una serie nuova per Rai1, che per ora ha il titolo provvisorio Medical Report. Sono una dei protagonisti, assieme a Luca Argentero e Matilde Gioli. La messa in onda è prevista per la prossima primavera. Durante l’estate, inoltre, ho partecipato alla serie La guerra è finita di Michele Soavi e al film per il cinema 18 Regali, con la regia di Francesco Amato, con protagonisti Edoardo Leo, Vittoria Puccini e Benedetta Porcaroli.

Come nasce la tua passione per il mondo dello spettacolo?

Ammetto che io venivo da tutt’altro. Da quando ero piccola la mia prima grande passione era il disegno. I vari passi che ho fatto, fino all’università, erano più spinti e guidati dall’arte visiva piuttosto che quella performativa. Ma posso dire che il seme fu piantato al liceo, quando partecipai ad un laboratorio di teatro pomeridiano. Lo accolsi come un’altra forma, un’altra declinazione della stessa “arte”. Durante l’università, passavo ogni momento libero in un teatro o in un laboratorio teatrale. Finché avvicinandomi alla fine della Laurea in Arti Visive e dello Spettacolo allo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) capii che se volevo intraprendere questa via in modo professionale dovevo fare il grande passo. Ricordo che dissi: “ora o mai più”. Quell’estate feci i provini per due scuole di recitazione a Londra, essendo madrelingua, da madre americana e mi presero entrambe. Scelsi il Drama Center London e una settimana dopo la laurea partii. Come si dice, the rest is history.

Durante il tuo percorso professionale ti sei mai detta: “Ma chi me lo ha fatto fare?”

Spesso. Non sarei realistica o sana se non lo avessi mai pensato. È un mestiere che ti porta ad avere tanti alti e bassi, è fatto di picchi, sia da una parte e che dall’altra. Ci vuole tanta tenacia, dedizione e sacrificio. Almeno, per me è stato così. Difficilmente l’ho pensato durante un lavoro, ma piuttosto al tempo e allo spazio che “contornano” il lavoro.

Nei momenti più complicati, chi o cosa ti ha dato la forza per andare avanti?

Penso che il “motivo” per cui lo fai sia la forza-motore che ti spinge a superare i momenti difficili. L’innamoramento per l’arte, per il mestiere, per quello che fai, se c’è davvero, genuinamente, ti dà i superpoteri. Ammetto che sono romantica e idealista a riguardo ma credo fermamente che questo valga per qualsiasi mestiere, e per qualsiasi essere umano. Quella meraviglia, passione e trasporto che si prova, può smuovere montagne e aiutarti a superare i momenti difficili. Il vuoto o la difficoltà, per me, ti costringe a fare “back to basics”, e ripartire dalle basi, dalle fondamenta di tutto. A guardare in faccia le motivazioni, le tue spinte più “presistoriche”, a fare un check-up, una revisione. Se percepisci ancora il perno, la spinta iniziale… beh sei fregato e lo trovi un modo per andare avanti. E il perno, per tutto, rimane sempre e comunque li. Penso che avere fiducia sia fondamentale. Avere anche degli esseri umani attorno che hanno fiducia in te e in quello che puoi fare/dare, e ti supportano, penso sia di grande aiuto. In questo mi ritengo molto fortunata: ho avuto dei genitori presenti e che mi hanno supportato nelle mie scelte.

Il luogo comune che proprio non sopporti del mondo dello spettacolo?

La falsa propaganda che la preparazione non serve, che non è fondamentale per fare questo lavoro. Mai messaggio è stato più sbagliato. Soprattutto per i più giovani. Ma poi alzo le mani: chiaro, dipende a che standard qualitativo vuoi puntare o mantenere. Una delle citazioni preferite di Sanford Meisner, che ripeteva spesso alle sue lezioni alla Neighborhood Playhouse di NY, è di Ghoete: “I wish the stage were as narrow as the wire of a tightrope dancer, so that no incompetent would dare step upon it.” Io vengo da questo.

Il prossimo step della tua carriera che ti piacerebbe raggiungere?

La scelta. Avere un maggior range di scelta rispetto ai progetti a cui partecipare, per poter mirare a progetti che mi spingano a mettermi in discussione, a crescere, a continuare a muovermi. Diverse cose si stanno smuovendo in Italia e la serie Volevo Fare la Rock Star ne è un esempio. Mi piace far parte di prodotti che cercano di esplorare e spingere in nuove direzioni. Mi piacerebbe riaprire le porte all’estero, anche perché favorirebbe ed aumenterebbe le mie probabilità di riuscirci ad affacciarmi a linguaggi e forme nuove.

L’episodio OFF della tua carriera?

Mi ero trasferita a Los Angeles nel luglio del 2013, lasciando l’Italia per la seconda volta, visto che non lavoravo da quasi un anno. Sentivo che qualcosa doveva cambiare, in generale. 100 dollari in tasca, una cigolante Saab di mia nonna del ‘97 e una vita da ricostruire. Stacco, sei mesi dopo vengo contattata da un regista americano conosciuto a Cinecittà un anno prima, per dirmi che si erano riaperti i provini per un film e che voleva vedermi questa volta per il ruolo della protagonista, Maria di Nazareth. Quattro call back dopo, ho dovuto attendere il riscontro dei produttori della 1492 pictures, che avevano prodotto Mrs Doubtfire, Harry Potter e The Help. Passarono due settimane, ancora niente. Ricordo una chiamata ai miei in cui dicevo: «non so, forse devo affrontare la possibilità di considerare di fare altro» . Una mattina aprendo la boutique in cui lavoravo su Abbot Kinney a Venice Beach ricevo una chiamata Skype dal regista, che mi dice: «Guess what? You are my Mary» . Ottenni il ruolo di protagonista in un film biblico hollywoodiano, che, ironia della sorte, girava in Italia.

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