Silvia Morigi e quella cosa insopportabile chiamata “fama”

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Quando si è resa conto che nulla più della recitazione le avrebbe regalato emozioni e soddisfazioni, Silvia Morigi non ci ha pensato due volte ed è partita senza altre certezze per New York. A distanza di anni, la talentuosa attrice ha vinto la sua sfida, visto che è nel cast della pellicola Safe Spaces, scritta e diretta da Daniel Schechter, con cui è stata applaudita alle ultime edizioni del Tribeca Film Festival e della Festa del Cinema di Roma.

Parlaci della tua esperienza nel film Safe Spaces

È stata un’esperienza bellissima, visto che nel cast c’erano attori dotati di esperienza superiore alla mia con i quali è stato un onore recitare: Justin Long, Fran Drescher e Richard Schiff in particolare. Tutti erano estremamente motivati e nonostante la strettezza dei tempi non si è compromessa mai la qualità del lavoro. 

Come nasce la tua passione per il mondo dello spettacolo?

Sono partita cinque anni fa alla volta di New York, per esplorare la recitazione per la prima volta in modo non amatoriale. Ho abbandonato il percorso dell’avvocatura e da quel momento mi sono nutrita di recitazione notte e giorno. Una volta finita la formazione alla Lee Strasberg, ho continuato il training con un insegnante che ancora mi segue e ho iniziato a lavorare principalmente in teatro, ma anche in film.

Durante il tuo percorso professionale ti sei mai detta: «Ma chi me lo ha fatto fare»?

Assolutamente sì. La precarietà è un tratto inerente la natura di questo lavoro per attori e attrici affermati così come per quelli alle prime armi. C’è una costante paura, anche quando si è sulla cresta dell’onda, di non sapere se ci sarà lavoro in futuro. La chiave è crederci, sempre e comunque nonostante le difficoltà e capire che crearsi le opportunità di lavoro in questo ambito va molto oltre la recitazione.

Nei momenti più complicati, chi o cosa ti ha dato la forza per andare avanti?

Sicuramente New York è una città molto adatta in questo senso. La comunità di persone che lavora in questa industria è talmente solida e numerosa che anche quando non stai lavorando come attore in un progetto, puoi farti coinvolgere in altri settori come la produzione, l’aiuto regia, stage managing e quant’altro. E’ un modo per continuare a nutrire il bisogno di creatività. Ogni volta che torno in Italia, cerco di portare questa mentalità con me e questo mi aiuta anche ad instaurare connessioni e legami con tanti altri creativi di grande talento che, se rimanessi chiusa nella mia bolla, non riuscirei a conoscere.

Il luogo comune che proprio non sopporti del mondo dello spettacolo?  

Che siamo tutti innamorati della fama. Ad alcuni di noi la fama ed il glitter non interessano, anzi fanno un po’ paura. 

A quali progetti ti stai dedicando?

Sto collaborando alla stesura finale di uno spettacolo teatrale di cui sono anche la protagonista. E’ nato da un’idea di una scrittrice americana che è una mia cara amica. E’ la storia della sua famiglia, una famiglia italo americana del Bronx. Abbiamo tenuto una lettura a New York che è andata molto bene e stiamo in contatto con produzioni che ci aiutino a fare il prossimo passo.

Il prossimo step della tua carriera che ti piacerebbe raggiungere?

Un tour in Italia o in America con uno spettacolo teatrale. Al cinema, invece, mi piacerebbe lavorare con alcuni dei registi italiani che stimo di più. Mi piacerebbe girare una pellicola nella mia lingua madre.

L’episodio OFF della tua carriera?

Il giorno in cui mi è stato chiesto di fare un provino per il ruolo di Eva in un cortometraggio su Adamo ed Eva. Senza alcun preavviso, il produttore si è presentato con un mini-bikini semi trasparente a forma di foglie di fico che avrei dovuto indossare al provino, che per altro era ripreso in video. Sono scoppiata a ridere, convinta che scherzasse. Ero l’unica a ridere, quindi ho capito che era serio, mi sono ricomposta e sono uscita. Quando sono arrivata alla macchina ancora ridevo.