Massimo Giletti: “Per anni ho inscatolato balle di cotone”

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Il conduttore di “Non è l’Arena” apre il cassetto e si racconta
fonte Instagram

Combattere. Per Massimo Giletti, giornalista di punta di La7, è un motto. Un modo di interpretare la vita. Lui non molla mai. Ancora oggi, d’estate, quando i riflettori del suo programma sono spenti, Massimo lavora nell’azienda di famiglia. «Mio padre, che si chiama Emilio e ha 90 anni, continua la vita di sempre: va in ufficio al mattino e torna la sera. Da lui ho imparato a tenere duro e ad avere le spalle larghe. Ho fatto anche il lavoratore stagionale. D’inverno in Rai e d’estate in azienda da papà con la tuta da operaio».

Qual è l’episodio off della sua vita?

«Sicuramente il mio primo viaggio a Lourdes. Mia nonna Biancamaria mi disse: “Adesso conoscerai gli invisibili”. Erano i malati, quelli che non erano presi in considerazione nella nostra società. Da quell’episodio, nelle mie inchieste, ho deciso di stare dalla parte dei più deboli».

Ma non ha mai pensato, durante le difficoltà dell’inchiesta, di mollare tutto e fare una tv più leggera?

«Spesso ci penso. Ma non mi viene in mente di mollare. Spesso costruire battaglie, essere attaccati, è un peso psicologico duro da sopportare. Ma alla fine bisogna dar voce a chi fatica a trovare spazio. E’ questo il ruolo del giornalista: fare una tv di rottura».

In Rai si sentiva libero?

«La libertà in Rai me la sono guadagnata. Ho sempre fatto quello che sentivo e pensavo che i dati di ascolto della mia “Arena” della domenica fossero la mia carta di protezione. Mi ero sbagliato, ma ve l’assicuro: non ho mai avuto pressioni. Mi dispiace solo per il mio gruppo di lavoro in Rai».

Cioè?

«Spaziavamo dalla cronaca all’inchiesta passando per l’intrattenimento. Ho restituito alla Rai, negli anni, quello che avevo imparato da Minoli».

Urbano Cairo le aveva proposto un contratto di cinque anni. Perché ha preferito un biennale?

«E’ verissimo. Potete darmi del pazzo: perché con cinque anni di contratto sei più sereno sul lavoro Ma ho bisogno di stimoli: due anni ti permettono di essere sempre sul pezzo».

Ha iniziato questo mestiere tardi. Ma è vero che prima ha girato il mondo facendo tutt’altro?

«Lavoravo nell’azienda di famiglia. Si trova nel biellese e mi ha dato la possibilità di viaggiare e conoscere il mondo. Poi ho deciso di fare il giornalista: fino al 1999 d’estate lavoravo nell’azienda di papà ogni estate. A quei tempi facevo “I fatti vostri”. Ricordo la fatica di aprire 10 Mila kg di balle di cotone. Le sfilacciavo e le inscatolavo. I dipendenti di papà andavano in ferie».

Non ne aveva bisogno. Perché lo ha fatto?

«Soltanto in questo modo capisci cosa vuol dire guadagnarsi la vita».

Poi ha cambiato vita e ha virato verso il giornalismo.

«Sono nato con “Mixer” di Giovanni Minoli. Lui mi ha dato la vera opportunità. Gli dirò a vita, sempre, grazie. Ma devo ringraziare anche Michele Guardì: un grande maestro. Una volta, durante le prove, avevo la febbre. Uno svenimento mentre lui mi teneva sotto torchio. Mi sono risvegliato con la Perego che mi sventolava con un giornale».

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