Jacopo Rondinelli: “Quel caffè con Robert De Niro…”

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Jacopo Rondinelli - fonte-Facebook-official-Ph. LSD-Photo-Motion

Italiano, classe 1973, con il suo primo film Ride (2018) ha conquistato la targa dei film d’essai e con il suo primo documentario La Giostra dei Giganti (2019) ha calcato il palcoscenico del Festival del cinema di Roma, appena concluso: Jacopo Rondinelli, uno dei più promettenti registi del cinema di casa nostra (e non solo).

Si parla spesso di “rinascita” del cinema italiano e in molti ti hanno identificato come uno dei nuovi autori di questa fase. Come ci si sente a ricoprire questo ruolo?

Mi fa un immenso piacere. Spero che l’Italia si scrolli di dosso tutto il torpore degli anni passati, magari anche grazie al mio contributo. Il cinema italiano si sta in parte svegliando. L’avvento di internet e di portali come Netflix o Amazon Prime hanno per forza di cosa cambiato le carte in tavola e si iniziano a produrre film e serie tv di generi che una volta erano tabù sul territorio nostrano. Sicuramente ne vedremo delle belle!

Una cosa che ti è successa prima di diventare famoso e che non hai mai raccontato prima?

A vent’anni ho fatto il servizio civile sulle ambulanze e un giorno mi son trovato per caso a trasportare un malato in un aeroporto privato. Finito il mio dovere, mi faccio un caffè al bar e di fianco a me un tizio basso, sorridente, dall’aria familiare, vedendo il mio camice da infermiere, mi dice in inglese: “Good job!” e se ne va. Quel tizio era Robert De Niro.

Come sei approdato alla regia cinematografica?

Da piccolo avrei voluto fare l’archeologo, ma, a quindici anni, ho iniziato ad appassionarmi al cinema e alle arti figurative. A diciott’anni ero già sul set, come scenografo ed effettista speciale. Ho lavorato in film di Gabriele Salvatores e Lina Wertmuller e in diversi spot e produzioni televisive. Poi è arrivata la passione per la musica e il mondo delle videoproiezioni è stato il mio primo passo verso la regia. Infatti ho iniziato a realizzare video musicali e spot pubblicitari, per i quali ho vinto diversi premi in festival di settore, e, dopo anni, sono finalmente arrivato al cinema con un film Ride, uscito nel 2018 in Italia e ora distribuito in tutto il mondo, e un documentario La Giostra dei Giganti, presentato alla Festa del Cinema di Roma, in uscita nel 2020.

La più grande paura quando stai girando un film?

Il fatto di avere poco tempo a disposizione. In generale è sempre una corsa per riuscire a tirare fuori il meglio con il tempo disponibile che, di solito, non è mai abbastanza.

L’amore sul set: si o no e se ti è capitato?

Sul set di solito sono molto concentrato e la mia attenzione va quasi totalmente al mio lavoro. In tanti anni mi è successo una volta sola di fidanzarmi con una ragazza conosciuta su un set, ma conosco tantissimi aneddoti di amori scoppiati durante le riprese. In fondo se metti uomini e donne insieme in un qualsiasi contesto credo sia inevitabile, poi creatività e stress da set cinematografico credo siano una miscela esplosiva per far nascere passioni.

L'intervista OFF a Jacopo Rondinelli

Come imposti il lavoro con gli attori?

E’ importante fare un lavoro specifico con ogni persona, a seconda delle sue caratteristiche caratteriali e attoriali. A volte un attore va guidato in modo molto specifico, altre, invece, va lasciato libero d’interpretare; ovviamente dipende molto dal progetto e dalla scena in questione. Nei documentari mi è capitato spesso di lavorare con gente comune, non abituata alle telecamere. In quel caso bisogna farli recitare senza che se ne accorgano, facendogli le giuste domande o calandoli nei giusti contesti. Quando questo accade, il risultato è sorprendente.

Come passi la sera prima dell’inizio delle riprese?

Sempre in ansia. Cerco di ripassare tutto mentalmente, cercando di avere il controllo di ogni elemento, conscio che ci sarà sicuramente qualcosa che mi sfuggirà. Il bello di questo lavoro è anche dover improvvisare di fronte a qualcosa che non va come ci eravamo immaginati.

Da cosa trai ispirazione?

Da qualsiasi cosa. Cerco di pensare al mio lavoro come un mix tra due elementi: la parte visiva e lo storytelling. Credo sia importante che ogni regista abbia la propria cifra stilistica che ne contraddistingue l’approccio visivo, magari ispirato dal lavoro di illustri colleghi. L’importante è  che non diventi un puro vezzo estetico. Bisogna tener presente che, se si vuole raccontare delle storie (perché, per me, è questo che fa il cinema), si dovrebbe avere l’obbligo di vivere con curiosità e interesse ogni ambito della vita, indagando ostinatamente sulla natura umana. Per fare qualcosa di bello e per stupire lo spettatore, credo si debba essere sempre innamorati, ispirati e curiosi nei confronti del proprio lavoro e del mondo che ci circonda.

Il film che avresti voluto girare?

Se dovessi sceglierne uno direi Il Fantasma del Palcoscenico. Un film di Brian De Palma del ’74, che ai tempi non ebbe un grande successo, ma che è diventato un cult. Ancora oggi lo trovo estremamente moderno e sfacciatamente geniale.

Tre aggettivi per definire Rondinelli regista?

Spericolato. Perché quando ho la camera in mano perdo il senso del pericolo. Azzardato. Perché spesso scommetto su progetti poco usuali. Appassionato. Perché riesco sempre a divertirmi e ad amare alla follia il mio lavoro.