Anni Venti in Italia: una passeggiata nella bellezza

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Sandro Vacchetti per Lenci, fonte palazzoducale.genova.it

Un’età di passaggio, difficile, di incubi e incertezze, stretta tra due guerre. Agli “Anni Venti in ItaliaGenova dedica una mostra a Palazzo Ducale (sino al 1° marzo 2020, catalogo SAGEP Editori), sottolineando nel titolo “L’età dell’incertezza”. La guerra era appena finita portandosi dietro migliaia di morti. L’ottimismo delle avanguardie del primo decennio del secolo era sparito.  Il crollo di Wall Street dell’ottobre 1929 annunciava una grande crisi internazionale che, attraverso fatti storici ormai noti, si sarebbe conclusa con un secondo conflitto mondiale.

Eppure l’arte, come sempre, riesce a sopravvivere. Non solo, ma a mostrare il meglio di sé nella varietà di situazioni, linguaggi e temi. A raccontarlo sono circa cento capolavori, di celebri artisti. Una passeggiata nella bellezza, attraverso una decina di tappe, che portano dai volti alle inquietudini, dai traumi della guerra alle solitudini e angosce, dalle nostalgie ai desideri alle prime libertà sessuali.

Molto ricca è la prima tappa dedicata ai ritratti. Ad introdurla Maternità, del 1916, la bella e carismatica madre, pensosa e florida, che allatta il suo bambino in fasce. Un’opera di chiaro “ritorno all’ordine” con le sue forme armoniche e piene di un Rinascimento rivisitato. Poi, nello stesso linguaggio la serie di uomini, impalati, eleganti e determinati. Sono artisti, intellettuali, collezionisti, come lo storico dell’arte Matteo Marangoni ritratto da Baccio Maria Bacci nel 1919, il compositore Alfredo Casella da De Chirico, il collezionista Umberto Notari da Achille Funi, il professore di letteratura ad Harvard Lauro de Bosis da Antonio Donghi, e tanti altri. Tra cui si insinua, dispettoso, non più compatto, ma disgregato nelle forme e nei colori, l’Autoritratto del futurista Fillia. Ci sono le donne, i bambini, i due bellissimi ritratti di Renato Gualino, figlio del collezionista Riccardo, dipinti da Casorati.

Le inquietudini sono rappresentate da immagini femminili in atmosfere incantate e sospese, come Le lavandaie di Antonio Donghi o La sera (Il rosario) con due anziane vestite di nero di Cagnaccio di San Pietro.

Ben due sezioni riguardano la guerra e ai suoi traumi con dipinti e sculture che oscillano dal linguaggio essenziale del “realismo magico” di La cena dei rimasti di Carlo Potente del 1924 (che evoca I mangiatori di patate di Van Gogh) a quello realistico del Ritorno alla vita di Giovanni Battista Costantini con un gruppo di reduci feriti.

Poi, gli incubi della guerra. Immagini fantasmagoriche, surrealiste di Primo Conti, Scipione, Alberto Martini. E, per uscirne, i sogni, che ripropongono un mondo nostalgico, ma tornato umano come i magnifici Apostoli di Felice Carena del 1926 o La terra di Achille Funi, del 1921, in cui una bella donna sostiene un piatto “caravaggesco” colmo di verdure, dove tutto, dal tavolo alla brocca, al paesaggio fuori dalla finestra, al bel viso della giovane parla di “ritorno all’ordine”.