E’ ora di sfatare la mitologia del progresso infinito

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Nella moderna società occidentale la tecnologia e la scienza sono assurte a vere e proprie religioni che non esitano a denigrare tutte quelle civiltà tradizionali le cui fondamenta poggiano nell’ambito sacrale – che per questo vengono considerate oscurantiste e affette da infantili superstizioni – e ritengono che la verità assoluta possa essere raggiunta solo attraverso il metodo positivo.

Eppure gli studiosi della post-modernità hanno messo in evidenza la caducità di tali concezioni, minando definitivamente il mito del progresso infinito e sottolineando le criticità del sistema odierno.

In Della cosa tecnica (NovaEuropa Edizioni, 2019, 100 pagine, 13 euro), Diego Medagli si è interrogato sul rapporto esistente tra tecnica e politica, effettuando un esame analitico che parte da Platone e giunge sino a indagare le posizioni di Emanuele Severino.

L’autore ha rilevato che: «L’avvento della macchina cambia il destino del genere umano, il suo legame con la natura viene reciso, la sua sottomissione è totale». 

La globalizzazione non ha fatto altro che acuire la già greve situazione, portando al dominio della tecnologia e realizzando una dissoluzione dei valori tradizionali e delle ideologie, mentre la scienza ha assunto il ruolo di nuova religione volta a soggiogare integralmente l’uomo.

Al riguardo, Carl Schmitt ritiene che «ogni progresso tecnico appare […] un perfezionamento dell’uomo stesso, un passo verso il paradiso terrestre dello one world».

Della cosa tecnica NovaEuropa Edizioni

E proprio su questo punto sono già attivi i movimenti transumanisti, che vorrebbero realizzare una totale fusione dell’uomo con le macchine, generando uno scenario distopico per la nostra civiltà.

Di fronte a questa situazione anche gli stati nazionali diventano succubi dell’accelerazione scientifica, poiché il sistema economico liberale favorisce lo sviluppo della modernizzazione tecnologica in quanto essa contribuisce in maniera determinante all’incremento della produzione industriale, dei profitti e pertanto del prodotto interno lordo della nazione. Poco importa se la crisi del 2008, che perdura tuttora, ha messo in luce la falsità e le problematicità di questo modello.

Medagli critica questo approccio culturale, ormai prevalente, asserendo che la meccanizzazione svilisce la dignità umana, umilia le tradizioni e sostenendo la necessità di un ritorno al primato della politica sulla tecnica. Appare più che mai lucida la riflessione di Carl Schmitt, il quale sostiene:

«La tecnica scatenata, più che aprire nuovi spazi all’uomo, lo chiude in gabbia. La tecnica moderna è utile e necessaria, ma è ben lungi dall’essere a tutt’oggi la risposta a una chiamata. Essa soddisfa bisogni sempre nuovi, in parte indotti da lei stessa».