Anna Bellato: “Che imbarazzo quel mio primo provino!”

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PH. Erica Fava Courtesy Press Office

Nella nuova stagione della serie Rocco Schiavone di Rai 2 è Cecilia, una donna che nasconde un lato misterioso e della quale, in televisione, Anna Bellato prova a raccontare il lato più intimo e fragile. E da un’interprete di spessore come lei, che ha lavorato con registi del calibro di Nanni Moretti e Gabriele Salvatores, c’era da aspettarselo. Ma non chiamatela “attrice impegnata”. Il teatro è un po’ casa sua e quella formazione da palcoscenico Anna la porta sullo schermo grazie all’intensità con cui veste i personaggi che le affidano. Tra Brecht, vita privata, e opinioni sull’omosessualità, dopo aver recitato nel film Io e lei di Maria Sole Tognazzi, Bellato ricorda quella volta in cui, preparatissima, si presentò al provino sbagliato di un thriller, convinta, invece, che si trattasse di una commedia.

Diretta in Mia madre da Nanni Moretti. Hai esordito, tra gli altri, con “Stella” di Gabriele Salvatores. Ci parli di queste esperienze?

Ogni esperienza è singolare. I registi pongono domande con un loro punto di vista e questo ti  spinge a trovare continuamente nuove soluzioni. Quando hai la fortuna di lavorare con chi ha un grande amore per il proprio lavoro, una cura particolare, un’ attenzione e uno sguardo unici, è un  regalo immenso.

Hai una formazione teatrale, secondo te il Cinema è una mise en scène fatta di immagini che scorrono su uno schermo?

Credo che siano mezzi molto diversi tra loro. Entrambi utilizzano l’attore come strumento del racconto, ma non hanno identiche regole e modalità. Da poco ho preso parte ad un film tratto da un testo teatrale  (Quasi Natale di Francesco Lagi, ndr.), e anche se interpreti e sceneggiatura sono fedeli alla pièce, il risultato non poteva che essere differente.

Spesso gli attori sono dei perfezionisti. Accetti l’errore o se ti correggono la cosa ti infastidisce?

La possibilità dell’errore c’è sempre. In ogni momento dell’interpretazione si fanno delle scelte che ne escludono altre. Se sbaglio a teatro, la sera successiva posso “aggiustarmi”. Sul set, invece, a volte torno a casa con  la consapevolezza di non avere più il tempo necessario per cambiare le cose, e questo mi dispiace. Non mi infastidisce l’essere corretta, è solo una bella occasione per provare altre direzioni. Piuttosto, mi preoccupo quando al primo ciak va già tutto bene.

Il teatro è un po’ casa sua e quella formazione da palcoscenico Anna la porta sullo schermo grazie all’intensità con cui veste i personaggi che le affidano
PH. Erica Fava Courtesy Press Office

Ricordi un episodio off, buffo e divertente degli inizi della tua carriera?

Era uno dei mie primi provini. Dovevo incontrare un regista per una commedia. Mi preparai, lessi il libro a cui si sarebbe ispirata la pellicola, andai all’incontro. Gli parlai di cosa mi aveva colpito del volume, dei toni leggeri e divertenti con cui tratteggiava la nostra generazione …“mi ha fatto davvero  ridere” gli ho detto. Lui mi rispose con un tono serio e un po’ infastidito “strano, io ho scritto un thriller”. Mi avevano mandato al provino sbagliato.

Ti è mai capitato di innamorarti mentre giravi un film? Oggi sei impegnata?

No, mai. Ho un compagno, Francesco, e insieme abbiamo una figlia.

Avresti problemi se, da copione, ti chiedessero una scena di nudo integrale?

Devo dire che ho un certo grado di pudore. È vero, l’attore e il suo corpo sono al servizio della storia che si deve raccontare. Se il nudo è parte fondamentale della narrazione e c’è fiducia nell’autore, non ho nulla in contrario. In tutti gli altri casi, non mi piace, neanche da spettatrice.

Nel “pudico, gentile ma lontanissimo omaggio” a Il vizietto, come lo ha definito  Maria Sole Tognazzi, sei Anna in Io e lei. Pensi che in Italia l’omosessualità sia ancora un tabù soprattutto per chi lavora nel mondo dello spettacolo?

Mi auguro proprio di no!  Il pensiero che  oggi l’omosessualità possa essere considerata un tabù mi spaventa. Questi sono tempi strani, in cui si dovrebbe andare avanti mentre, a volte, si ha la sensazione di tornare indietro. Ma la speranza è che ognuno possa essere liberamente ciò che vuole, in qualsiasi ambiente. 

 A teatro hai portato in scena l’ironica Vita di Galileo del drammaturgo Bertolt Brecht. Un impegno non da poco…

È stata un’occasione per tornare ad incontrare il regista lituano Eimuntas Nekrošius, anche se solo per qualche giorno. Lui stravolse ogni mia idea sulla messa in scena. Le sue indicazioni, spesso metaforiche, non erano immediatamente comprensibili. Dovevi solo fidarti e affidarti. Era dotato di un’incredibile ironia che metteva in tutti i suoi lavori. Insieme alla poesia.

Dal sipario alla tivù. Su Rai 2 protagonista in due episodi della terza stagione di Rocco Schiavone, la serie poliziesca con Marco Giallini. Una scelta consapevole per un’attrice impegnata come te?

Più che impegnata, preferisco essere “un’attrice che si impegna”. Rocco Schiavone nasce dalla penna di Antonio Manzini e i personaggi sono disegnati accuratamente, in maniera complessa, per cui  tutto diventa più bello. Sia per il pubblico che per gli attori che fanno parte del cast. Io sono Cecilia Porta, la madre di Gabriele, una donna che nasconde un lato oscuro, ma della quale ho cercato di raccontare anche le fragilità e l’aspetto più umano.

Tra gli ultimi lavori cinematografici  L’ospite di Duccio Chiarini. Qual è il tuo ruolo e quali sono quelli che sogni per il tuo futuro?

Interpreto Lucia, una persona apparentemente affidabile e di buon senso, felicemente sposata, con un secondo figlio in arrivo. In realtà il mio personaggio nasconde molte inquietudini e ha perfino un amante. Si riscopre innamorata di una vecchia fiamma, che la riporta ad un tempo passato in cui non si sentiva solo moglie e madre. In futuro mi auguro di poter raccontare personaggi a più dimensioni, che portano dentro di loro luci e ombre, in qualche modo anche il bene e il male.

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