Amadeus: “Bisogna imparare a ringraziare non solo a chiedere”

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michele vanossi, amadeus, il giornale off

Oggi Amadeus (pseudonimo di Amedeo Sebastiani) spegne 57 candeline. In questi giorni di Biennale del Cinema di Venezia ha detto: “Vorrei Monica Bellucci a Sanremo nel 2020”. Lei non ha fatto tardare la sua risposta: “Non so se sono brava come presentatrice”. Ma, per citare il titolo di un film di 007, “mai dire mai”…Intanto vi proponiamo l’intervista del nostro Michele Vanossi ad Amadeus, con un commosso ricordo di Fabrizio Frizzi:

«Spesso il silenzio vale più di mille parole. Dire che fosse bravo, buono, solare, di cuore, sarebbe riduttivo. Tra noi c’è sempre stata solidarietà, complicità, rispetto, considerazione e aiuto. Anche come ospite era perfetto: con la battuta sempre pronta sapeva sempre farti sentire a tuo agio. Emanava positività da tutti i pori».

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Il tuo nome d’arte Amadeus, di origine latina Amat Deum, significa colui che ama Dio. Su WhatsApp hai messo una foto di Madre Teresa di Calcutta: che rapporto hai con la religione? 

Ho avuto un’educazione molto religiosa, credo molto e sono devoto a Santa Rita da Cascia. Mi piace pregare a modo mio, magari anche in una chiesa vuota o per strada, qualsiasi luogo può andare bene per dire una preghiera. La religione insegna non solo a chiedere, ma anche a ringraziare.

Le tue priorità nella vita?

Non ho dubbi, la mia priorità è la famiglia che amo e che mi sostiene nei momenti belli e in quelli più bui. Conosco mia moglie Giovanna (Civitillo, n.d.r.) da 15 anni, è la mia parte razionale. Io sono più intuitivo, impulsivo. Ho due figli splendidi; un bambino di 9 anni che assorbe la maggior parte del mio tempo libero e una figlia di 20 anni avuta da una precedente relazione. Studia a Milano ma la sento mediamente 5-6 volte al giorno. Sono molto apprensivo con entrambi, spesso sono loro a tranquillizzarmi.

Sei nato professionalmente in radio, ma come è cambiata nel tempo?

Ieri e oggi sono due mondi diversi. Ieri era pionieristica, avventurosa, non c’era una programmazione predestinata; oggi invece le radio sono vere e proprie aziende. Ogni tanto, ridendo, dico che avevamo il packaging delle uova sulle pareti per insonorizzarle. La figura del disc jockey, colui che sceglieva la musica da mandare in onda, prima coi dischi in vinile e poi coi cd, era molto importante. Senza togliere nulla alla tecnologia, credo che certi sapori del passato non vadano dimenticati. La possibilità, ogni tanto, di tornare indietro sarebbe il valore aggiunto di questo meraviglioso mezzo di comunicazione.

Quale tipo di musica ascolti più volentieri?

Ascolto tutto, sia la musica italiana che quella straniera. Mi piace spaziare ed esplorare, passare dalle canzoni pop alla musica classica. E poi amo molto hip hop e rap. Oggi le migliori novità arrivano proprio da questi generi. Un motivo per cui ascolto volentieri la radio è il fatto che diversifica molto tra i vari generi.

Il lavoro in ambito artistico è legato a diversi fattori tra cui imprevedibilità, incertezza.

I miei amici d’infanzia mi chiedono spesso come possa stare tranquillo, pur non sapendo cosa farò…l’anno prossimo! Ecco, l’imprevedibilità è l’elemento che può mettere ansia, ma per me è l’adrenalina che mi dà modo di fare meglio tutto! 

Nel 2006 hai vissuto un momento di difficoltà, una flessione in ambito professionale: lo consideri un episodio off?

No, mi sono sempre sentito un privilegiato e mi sembrava quasi un peccato lamentarmi, l’unica cosa che pensavo era quella di rimboccarmi le maniche e sperare in un pizzico di fortuna per ricominciare. Ho sempre pensato, anche nei momenti più bui, che se fosse arrivata l’occasione giusta me la sarei dovuta giocare alla grande, quasi come la disputa di una finale di Champions League.

Il calcio è una tua grande passione…

Lo seguo molto, l’amore per la mia squadra del cuore (l’Inter, n.d.r.) mi ha addirittura spinto a chiamare mio figlio José, come il grande allenatore Mourinho.

E’ difficile oggi essere creativi fuori dal coro e non frequentare i salotti che contano?

Sono sempre stato fuori dal coro, il mio passaporto è ciò che faccio. Non conosco altre cose se non la meritocrazia. Ciò che garantisco sempre è massimo impegno e lavorare con serietà per portare a casa buoni risultati.  Mi sento un po’ come un giocatore che se gioca bene viene messo in campo, se gioca male rischia di non giocare.

Che rapporto hai coi social?

Non ho praticamente rapporti, non sono per niente social. Sono su Instagram in condivisione con mia moglie Giovanna. In poche parole è lei che lo gestisce, io non so nemmeno postare le foto. Diciamo che mi limito a leggere i messaggi che lasciano i followers. Ma non sono né su Twitter, né su Facebook. Per essere social ci vuole tempo, bisogna seguirli. Occupo il mio tempo libero diversamente. E poi sono ancora all’antica, preferisco incontrare le persone per strada, scattare una foto, ascoltare pareri, consigli, ma anche critiche o quant’altro. La gente con me ha un rapporto molto bello, diretto, mi considera il vicino della porta accanto. Ho una vita molto normale, mi piace andare al supermercato, seguire i tornei di calcio, di tennis , stare in mezzo alla persone!

Logica, intuito e capacità di osservazione sono le doti che i concorrenti del game show I Soliti Ignoti dovrebbero mettere in pratica per indovinare le identità. Quali, di queste doti o caratteristiche, ti contraddistinguono?

Nel mio lavoro seguo molto l’intuito, mi piace provare, rischiare e non essere ripetitivo. Non do mai nulla per scontato e penso di essere sempre sotto esame. Mi affido molto anche alle persone che lavorano con me; il mio è un lavoro di squadra ed anche i risultati sono il frutto di un team. Non si può pensare che io da solo possa rendere un programma più o meno bello o decretarne il successo. Usando una metafora mi sento come un pilota di Formula 1 che guida con tecnica e magari ha l’intuizione per un sorpasso…ma l’auto deve funzionare bene!