Quell’utopia sociale chiamata Fiume

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Ph L'Intellettuale dissidente

Su Gabriele D’Annunzio, poeta, soldato, pensatore, dandy, uomo politico a tempo perso, aleggia ancora oggi un’aura di leggenda, così come di controversa interpretazione letteraria e ideologica. Un dibattito mai sopito, che torna alla ribalta con l’occasione del centenario dell’Impresa di Fiume; Enrico Serventi Longhi – professore di Storia Contemporanea alla Sapienza di Roma -, ne propone una lettura inedita inquadrata nel contesto sociale e politico dell’Europa dell’epoca, sottolineandone gli elementi di novità, anche grazie allo studio di documenti mai esaminati prima, e chiarendone le distanze e le differenze con il Fascismo. Il faro del mondo nuovo (Gaspari Edizioni, 192 pagine, 18 Euro) è la sua ultima fatica letteraria che, lontana da ogni trionfalismo retorico, affidandosi al rigore storico, confuta pregiudizi e cattive interpretazioni del pensiero del Vate e, nel bene e nel male. Restituisce al lettore contemporaneo il significato di quei cinquecento giorni, anche analizzando le voci dei tanti militari che vi presero volontariamente parte. Il volume è anche un approfondito studio sull’organizzazione delle truppe e le motivazioni che le spinsero a fare causa comune con D’Annunzio.

Alla base dell’esperienza fiumana, non c’era soltanto l’istintuale prevalere di sensazioni e apparenze sui concetti, la ragione e la morale, che Benedetto Croce rimproverava al Vate già nel 1904. L’importanza del lavoro di Serventi Longhi sta appunto nell’inquadrare l’impresa dannunziana a Fiume all’interno di un pensiero socio-politico innovatore, con l’accortezza storica di chiarire l’equivoco delle relazioni fra questa e il Fascismo: fu quest’ultimo che si appropriò di rituali, motti e concetti ideati da D’Annunzio, per accreditarsi agli occhi degli italiani con una base anche intellettuale e rafforzare il culto dell’italianità guerriera.

Fu questa appropriazione che, nel corso dei decenni, ha avvalorata la tesi di D’Annunzio fascista, e a relegare l’Impresa di Fiume fra gli atti anticipatori del regime. Un’ottica errata e fuorviante, che oltretutto limita il più ampio punto di vista del Vate.

A Fiume, D’Annunzio immaginò di costruire una società nuova, dando all’impresa non soltanto un carattere nazionalista, ma anche sociale, con l’obiettivo di ampio respiro di “rigenerare le istituzioni e la società italiana al di fuori dei partiti”, utilizzando Fiume come una sorta di laboratorio da cui far partire una vera rivoluzione.

Di particolare interesse la rilettura che Serventi Longhi fornisce della Carta del Carnaro, la costituzione fiumana stesa da De Ambris ma corretta dallo stesso Vate, il cui intervento non fu puramente legato allo stile e alla grammatica, ma ebbe carattere sostanziale, perché lasciava da parte i riferimenti alla democrazia diretta e stemperava il concetto di autonomia locale con la vaga formula della “libertà comunale”, importante tassello della comunità nazionale, all’interno della quale l’istruzione doveva essere pubblica e gratuita per tutti, e che avrebbe dovuto fondere “l’insegnamento umanistico, artistico e tecnico entro i confini del culto della Nazione”; si ha quindi la compenetrazione fra istruzione scolastica e addestramento militare, già teorizzata prima della guerra, ma da nessuno tradotta in formula politica.

Inoltre, grazie al ruolo riconosciuto alle corporazioni, le categorie produttive assumevano un ruolo importante all’interno dello Stato, una novità assoluta nell’Europa moderna, che poi il Fascismo tenterà senza molto successo di fare propria.

Il bel volume di Serventi Longhi – accuratamente documentato e scritto con quell’asciuttezza di linguaggio che dovrebbe essere propria di qualsiasi storico -, contribuisce a fare chiarezza su una questione che ancora oggi divide l’Italia.