Contro il logorio della vita moderna, i Tarantolati di Tricarico

0
299
Dal 1975, i Tarantolati di Tricarico agitano l’Italia e il mondo con la potente bellezza della musica popolare lucana

Contro il veleno dell’apatia, un’iniezione di energia inesauribile. Dal 1975, i Tarantolati di Tricarico agitano l’Italia e il mondo con la potente bellezza della musica popolare lucana. Tamburelli, chitarre, cupa cupa e altri strumenti antichissimi. Voci che si rincorrono in un dionisismo crescente. Oltre ai fondatori, Rocco Paradiso, Franco Ferri, Marcello Semisa e Pino Molinari, oggi fanno parte del gruppo Enzo Granella, Gianluca Sanza, Giorgio Pavan, Pierluigi Delle Noci, Luca Fabrizio e Viviana Fatigante. I Tarantolati di Tricarico sono diventati celebri per la loro capacità di reinterpretare il repertorio musicale della tradizione facendone brani in grado di parlare anche e soprattutto ai più giovani. Hanno collaborato con artisti internazionali, si sono esibiti in stadi e teatri. Nelle prossime settimane, il loro tour li porterà per le maggiori città italiane e, tra una data e l’altra, apriranno anche due concerti del Jova Beach Party (il 7 agosto a Praia a Mare e il 13 a Policoro).
Ma da dove viene il loro nome? La leggenda vuole che ragni nascosti tra le spighe di grano pungessero le donne dei paesi trasmettendo depressione e dolore. L’unico rimedio, a quel punto, era la musica: ballando fino allo sfinimento al ritmo degli strumenti popolari, i malati, ‘tarantolati’, tornavano alla pienezza della vita.
In occasione della loro infuocata esibizione presso il Castello Festival di Padova, abbiamo intervistato Franco Ferri, cofondatore e membro storico del gruppo.

Quali sono i veleni di cui ti liberi mentre suoni? 

I veleni di oggi sono lo stress, la droga, la perdita dei valori, lo smarrimento che ha invaso questa nostra società. Il nostro è un mondo che galoppa ma non so se in senso positivo… I giovani non hanno più punti di riferimento. Ecco perché il nostro messaggio musicale è destinato soprattutto a loro. 

A proposito di giovani. Avete iniziato a suonare, poco più che adolescenti, presso il celebre Folk Studio di Roma. Cosa ricordi di quel periodo?

Giancarlo Cesaroni è stato il nostro padre musicale, e, per noi ragazzini, anche un maestro di vita. Abbiamo avuto la fortuna di trovarci in un mondo pieno di grandissimi artisti: il Folk Studio, negli anni ’70 e ’80, era il tempio della musica alternativa. Tutto il mondo culturale si ritrovava lì. Qualche anno prima era passato anche un certo Bob Dylan. E quella sera c’erano sedici persone a sentirlo! Noi suonavamo ai tempi di De Gregori, Francesco Guccini, Rino Gaetano. Si era a Trastevere, in via Gaetano Sacchi, numero 3. C’era questa porticina, si scendeva giù per le scale e trovavi un piccolo bar e uno spazio che poteva accogliere al massimo cento persone. A proposito di De Gregori, alla fine di un nostro concerto eravamo appoggiati al bancone io, Francesco, Guccini e altri. De Gregori, per caso, fa cadere il posacenere. Io, istintivamente, per rispetto di chi ci ospitava, mi chino a raccoglierlo. In quella, mi sento prendere il braccio. Cesaroni. “Franco, cosa fai?” “Sto raccogliendo il posacenere.” “L’hai fatto cadere tu?” “No, l’ho visto a terra, è caduto…” Giancarlo però aveva visto tutto. “Ascolta, Franco. Qui dentro, e sempre nella vita, nessun timore reverenziale.” E poi, a De Gregori: “Francesco! Raccogli il posacenere”.

Una bella lezione di vita! Ci sono stati altri ‘padri’ durante la vostra carriera? Quali sono le collaborazioni che ricordate con gioia?

Mi ricordo Dario Fo alla Palazzina Liberty di Milano, il tempio del ‘giullare’. Nei camerini c’erano tutti quei vestiti… poi arrivava lui, quest’omone, e ci dava le pacche sulle spalle. A diciassette anni eravamo lì a cena con lui. Era come un padre che toglieva un po’ d’ansia.

Un’altra figura importante è quella di Mario Monicelli. Era un regista davvero vecchio stampo. Faceva lui, sceglieva lui tutto. Era per la filosofia della ‘filiera corta’: non voleva intermediari. Il film Le rose del deserto, per cui abbiamo realizzato le musiche e in cui hanno recitato Haber, Pasotti, Placido, era ambientato in Libia. All’anteprima ci raccontò che, per far sembrare più vera la presenza di mosche e insetti, aveva chiesto a persone dello staff di usare delle fionde in cui metteva dei sassolini per scagliarli agli attori durante la scena…

Quella di quest’anno con Jovanotti è una collaborazione di cui siamo molto felici. È un grande artista, attento ai problemi dei giovani e con una notevole capacità organizzativa. I nostri messaggi sono molto in sintonia.

La Taranta, anche per i musicisti, è fisicamente impegnativa. Come vi preparate ai concerti più tosti?

Ci ritroviamo tra noi. Più che amici, ci consideriamo fratelli. Con alcuni di noi andavamo all’asilo insieme e insieme dall’asilo scappavamo, finché non arrivavano quelli più grandi a prenderci e caricarci sulle spalle, uno a uno, e a riportarci indietro… Siamo arrivati a un’età matura, ma quando ci incontriamo torniamo adolescenti e passiamo ore e ore a raccontarci aneddoti. Stare insieme, scherzare ci dà una positività e un’allegria incredibili. È la nostra flebo di energia. Ecco perché sul palco sembriamo davvero morsi dalla tarantola! Crediamo nel piacere delle cose semplici, nei valori, pre-mondiali, che oggi sembrano scontati ma sono importantissimi. Accogliamo la positività che ci è stata trasmessa negli anni e la diffondiamo. Questo è il nostro auspicio più grande.

Un lavoro recente di cui siete orgogliosi?

L’ Inno di Matera 2019 città della cultura, che abbiamo anche presentato all’Expo di Milano nel Padiglione Italia. Ne abbiamo scritte due versioni. Una più seriosa, con la poesia, e una più ‘tarantolata’. Raccontare uno dei primi insediamenti al mondo è un’impresa titanica ma ci abbiamo provato. E pare sia andata bene.