Lamberto Bava: “Io, John Carpenter e quella mazza da baseball…”

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Nonostante il clima di paura che pervade i suoi film, Lamberto Bava è un uomo che dal vivo trasmette calma e serenità. Figlio di Mario Bava, ne ha seguito le orme dirigendo film horror (e non solo) sia per il cinema che per la televisione che ebbero grande successo tra gli anni Ottanta e Novanta, come Demoni, uscito nel 1985 e primo capitolo di una fortunata trilogia. Ha inoltre collaborato a lungo con Dario Argento, che è stato il produttore di molti dei suoi film. Dopo essere stato recentemente il principale ospite di Black Sunday, un evento sul cinema horror organizzato a Bergamo da Cinestreet, ha concesso un’intervista a OFF.

Maestro, quanto ha influito sulla sua carriera essere un figlio d’arte?

Sicuramente tanto, spero di avere imparato qualcosa da mio padre quando lavoravo sul set con lui. Mi ha sempre consigliato bene.

Quando Demoni uscì al cinema, come fu recepito dal pubblico e dalla critica?

La critica, anche se all’epoca non apprezzava certi film, lo accolse bene. Mentre tra il pubblico ebbe un grande successo, sia in Italia che all’estero.

All’estero i suoi film sono stati recepiti diversamente che nel nostro paese?

Diciamo che se nella mia carriera sono riuscito a girare tanti film è perché sono stati recepiti bene all’estero, meglio che in Italia. Ancora oggi, quando vado in America, in Inghilterra o in Giappone ricevo una calorosa accoglienza soprattutto da parte dei ragazzi, che sono sempre stati il nostro pubblico di riferimento. E mi fa piacere che Demoni venga apprezzato ancora oggi, anche dalle generazioni più giovani, dopo più di trent’anni.

Cosa pensa della situazione attuale del cinema di genere in Italia?

Io penso che in Italia, negli ultimi anni, non si siano fatti molti grandi film horror o di genere. Questo anche perché il nostro cinema oggi è diventato più scadente, per fare certi film servono soldi e mezzi che qui purtroppo non abbiamo più. Però c’è anche da dire che all’epoca i film di mio padre e di Dario Argento venivano molto criticati, mentre in altri paesi erano più apprezzati. Basti pensare che Tim Burton, quando ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera nel 2007, alla domanda dei giornalisti su chi fosse il suo regista italiano preferito rispose “Mario Bava”, da lui accostato a Fellini.

Vuole raccontarci un episodio OFF della sua carriera?

Ce ne sono due, molto simili tra loro: il primo fu quando, negli Stati Uniti, durante una convention dove stavo firmando autografi mi trovai davanti un giovane grosso e muscoloso, con la faccia piena di piercing e una mazza da baseball in mano; all’inizio mi spaventai perché sembrava avere un’aria minacciosa, ma poi mi porse la mazza per farsela autografare, e vidi che riportava già altri autografi di grandi registi del genere, come John Carpenter. A un’altra convention, a Dallas, un ragazzo mi si è spogliato davanti mostrandomi che aveva tatuato su tutto il corpo il manifesto del mio film La casa con la scala nel buio. Mi fece piacere vedere che amassero così tanto i miei lavori.

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