Contromano nel circuito weird fantasy italiano

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Intervista a uno scrittore
Hieronymus Bosch [Public domain]

Alessandro Forlani (Pesaro, 1972) è una delle personalità più eclettiche e geniali del panorama italiano della narrativa dell’immaginario, ma incredibilmente è anche uno degli autori meno conosciuti. Il suo percorso accademico è variegato, si è laureato in lettere moderne presso l’Università di Urbino, ha studiato sceneggiatura presso l’Accademia di Arti Cinematografiche – Cinestudio di Bologna e si è ulteriormente perfezionato conseguendo un master in cultura e gestione dello spettacolo dal vivo nel 2003, presso l’Università degli Studi di Urbino.

Dal 2004 al 2012 Forlani è stato docente di costumistica teatrale e cinematografica presso l’Università di Bologna (Polo di Rimini). È stato cultore della materia in regia, presso il DAMS di Bologna. Dal 2004 al 2019 è inoltre professore a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, dove insegna metodologia della sceneggiatura. Ora, vediamo di conoscere meglio questo scrittore schivo e “fuori dagli schemi”.

Hai pubblicato una marea di libri e hai vinto importati premi. Quali sono quelli che ti stanno più a cuore?

Il recente autoprodotto, T; Arabrab di Anubi (Watson Edizioni); l’antologia Thanatolia nata dall’omonimo progetto di scrittura collettiva sword & sorcery che ho creato con Lorenzo Davia (Watson Edizioni) e, in particolare, lo spin-off La Scure e i Sepolcri (Delos Digital); l’horror lovecraftiano M’rara (Delos Digital); il romanzo steampunk in sei episodi Clara Horbiger e l‘Invasione dei Seleniti (Delos Digital). Tra i titoli di fantascienza ho ovviamente un particolare affetto per I Senza Tempo (Mondadori), che ha meritato il Premio Urania e il Premio Kipple; i due racconti di fantascienza militare Il Mondo nel Tramonto e Fronte Alieno (Delos Digital) e To Self or Not To Self (Delos Digital). Quest’ultimo è un racconto di “social SF” che considero tra i miei migliori e forse più pungenti, ma pare non sia piaciuto granché.

Sappiamo che sei uno dei più premiati autori di fantastico italiano, sei un docente universitario, hai un ottimo curriculum, eppure si parla poco dei tuoi libri. Perché?

Finché l’ambiente della narrativa fantastica italiana continuerà a promuovere autrici i cui contenuti sembrano essere quasi solo selfie su Facebook con gli occhi dolci al “lettore”, a temere le offensive recensioni di presuntuose diciannovenni con un blog e qualche follower, a essere deciso in pizzeria da un gruppo di cinque amici, a sfruttare manodopera autoriale dilettante appagata dal proprio nome su una bella copertina, da un incontro in libreria, da un rigo di complimenti su un socialnetwork da parte di un collega “famosissimo e bravissimo”, per me (e per tanti come me che stimo e che conosco, anche e soprattutto se in reciproco contrasto) non ci sarà molto spazio. Se poi aggiungi a questo l’accanimento di certi critici talmente ottusi che ti accusano di fascismo per aver inserito in un tuo romanzo un personaggio naziskin, e sempre per tale accusa ti escludono d’arbitrio dal novero degli autori italiani del fantastico, pur con tutti i premi ed i titoli all’attivo…

Pensi che tutto ciò sia da attribuire al fatto che sei uno scrittore che non si lascia imprigionare dalle catene del politicamente corretto?

Non riesco davvero a immaginare come si possa pretendere di scrivere e restare politicamente corretto.

Nelle tue opere sei solito fondere in un amalgama perfetto tutti i generi di speculative fiction. Qual è il filone che prediligi?

La mia narrativa è così contaminata proprio perché non c’è un filone che prediligo. Alterno letture horror, fantasy, di fantascienza ad articoli e saggistica su argomenti più diversi. Per esempio in questi ultimi mesi si sono succeduti sul mio comodino The Terror di Dan Simmons; L’Incubo di Hill House di Shirley Jackson; gli strani e allucinati racconti autobiografici di Leonora Carrington; una storia della musica metal a fumetti di Enzo Rizzi; Nottuario di Thomas Ligotti e un saggio di Caspar Handerson sulle bizzarre abitudini di alcuni animali. Seguirà presto la lettura di un saggio sul fenomeno delle groupie…

Leggendo i tuoi romanzi, tra i molti riferimenti, mi è parso di desumere una pesante influenza della corrente del decadentismo, che ti avvicina a Clark Ashton Smith e che ti differenzia da tutti i tuoi colleghi. Al riguardo, qual è la tua idea?

Smith è uno dei miei autori preferiti. A volte sento con lui una tale affinità che quasi prevedo ciò che leggerò nel rigo successivo (forse perché l’ho già riletto troppe volte!); riesco letteralmente a vedere i suoi paesaggi, gli ambienti che descrive, i suoi colori. Nella mia formazione hanno avuto molta importanza i poeti francesi di fine ‘800, Tommaso Landolfi; sono tuttora affascinato dall’estetica Liberty, dall’Art Decò e da dipinti anche i più dozzinali dei pittori Preraffaeliti. Mi piacciono le opere che descrivono o esprimono, più o meno intenzionalmente, interi mondi e civiltà al loro termine, e più ancora dopo la loro fine. Per esempio l’Obelisco Nero di Remarque, ma anche grandiosi affreschi contemporanei quali Great Jones Street o Underworld di Don DeLillo. Sicuramente tutto ciò influisce sulla mia narrativa.

Perché, a dispetto della nuova tendenza di hard fantasy e di grimdark fantasy, vai controcorrente impregnando il tuo immaginario di stregoneria e orrori infernali?

Credo che una volta letta nella vita la meravigliosa descrizione dell’Inferno in un solo verso di W. B. Yeats, “a deep horror of eyes and of wings”, non si possa più smettere di scrivere di certe cose.

Hai fatto degli studi specifici di esoterismo?

Ho letto molto sull’argomento.

Sebbene si tratti di fantastico, nei tuoi libri emerge anche una radicale satira sociale, politica ed economica nei confronti del periodo storico in cui viviamo. Qual è il tuo pensiero riguardo a tale circostanza?

Mi sono riproposto di non esprimermi mai sui problemi grandi e piccoli del nostro tempo, del nostro quotidiano: perché credo che viviamo attualmente un mondo così complesso, e a tal punto determinato e influenzato da fattori davvero prossimi all’infinito, o quantomeno l’incalcolabile, che la limpida conoscenza e visione di qualsivoglia argomento ci sia preclusa; sia difficile per gli esperti e competenti e figuriamoci perciò gli incompetenti (quale io mi reputo serenamente). Non so nulla di economia, geopolitica, diritto, medicina, zoologia, genetica, storia delle religioni, scienze afferenti i cambiamenti climatici, politica e… un milione di altre cose. Come posso pretendere che le mie opinioni abbiano un valore, o di esprimerle senza goffo imbarazzo? Va da sé che è umano e naturale, credo, avere un proprio erratico pensiero. E il mio è che siamo sulla vetta di una montagna di follia quale neppure Lovecraft ha mai osato immaginare, siamo una società fragile ed isterica. Se non scrivo “allucinata” è perché temo che alla maggior parte delle persone manchi ormai persino la fantasia per avere allucinazioni interessanti, credo invece che i nostri “mostri dell’id” (cit. Il Pianeta Proibito) assomiglino a creature cretine già ri-viste in qualche serie tv. Non lo dico riguardo ai “grandi temi”, mi riferisco a ciò che accade nel quotidiano.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

In ordine sparso e sicuramente tralasciando qualcuno: Lovecraft, C.A. Smith, Landolfi, Calvino, T.S. Eliot, Ph. Dick, Harlan Ellison, Tolkien, W.B. Yeats, Flann O’Brien, Don DeLillo, Alessandro Barbero, Alan Moore, Moorcock, i Poeti del Dolce Stil Novo, Vonnegut…

Che pensi della situazione italiana del fantastico?

Vedo molta vitalità, molta voglia di fare e – cosa più importante – di far bene. Da parte di sempre più autori vedo la volontà e l’impegno di maturare una buona scrittura, una scrittura il più possibile da professionisti. C’è l’esempio in questo senso lampante e rigorosissimo di Maico Morellini e di Livio Gambarini. Credo anche che stiano scomparendo (spero di non sbagliare!) gli autori della domenica e che tali pretendono di restare. Vedo autori più consapevoli che innanzi tutto bisogna scrivere buone storie, e che quando ci si è riusciti non bisogna necessariamente sacrificarle a editori mediocri. Il successo e l’ottimo lavoro di autoproduzioni quali Lethal Book e Necrosword mi confermano quest’impressione; Girola percorre la stessa strada da ormai molti anni. Vedo smettere i romanzi con eroi di nome John, Frank, Clint e gli orizzonti anglosassoni da cartolina. Vedo smettere la Roma “muscolare” e un vivace interesse per luoghi e storie nostre; l’aver capito che a fare la differenza è il come certe storie vengono raccontate. Vedo anche però un immaginario e una scrittura influenzati troppo spesso da produzioni televisive. Per esempio mi si accappona la pelle quando leggo un autore definire la propria opera “alla Black Mirror”; “come Martin” e l’editore o promotore della stessa approvare questo genere di comunicazione, che presto scade nel ridicolo. Mi lascia poi perplesso la tendenza a sviluppi ludici a tutti i costi di qualcosa che nasce come opera letteraria e che forse sarebbe meglio si confermasse in tal senso, per meritare al fantastico italiano quel riconoscimento culturale che potremmo essere a un passo dall’ottenere. Non ho nulla contro i libro-game (sono cresciuto con Lupo Solitario!), ma a un autore di narrativa che si reputi capace si dovrebbe innanzitutto dare la possibilità di crescere come tale, pubblicare e vendere romanzi, non trasformarlo in un autore di giochi. Così come trovo un po’ preoccupante che sia ormai considerato vincente e positivo lo slogan “in questa storia il protagonista sei tu”; e che l’esito più logico, naturale e conveniente del fantastico possa essere solo il game.