“Carnet de Voyage”: conversazione con Giuseppe Leone

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Si è conclusa con successo a Sorrento la mostra del fotografo siciliano di fama internazionale Giuseppe Leone “ Carnet de Voyage: dal Barocco al Neorealismo” (curata da Filippo Merola ed Emanuela Alfano per la direzione artistica di Peppe Leone) allestita al Museo Correale. La kermesse ha esplorato le forme e le tecniche di rappresentazione del paesaggio meridionale (in particolar modo, quello siciliano) e dell’antropologia umana e culturale attraverso diciotto fotogrammi, datati dagli anni ’50 ad oggi. Contributi fotografici che hanno raccontato non soltanto le esperienze dirette, una sorta di Carnet de Voyage, ma anche quelle relative all’analisi della complessità culturale attraverso gli strumenti offerti dalla fotografia in bianco e nero, intesa come linguaggio e non semplicemente come tecnica. La mostra ha rappresentato l’evento collaterale di un progetto di residenza artistica (di cui vi abbiamo già parlato), che ha visto il maestro della fotografia al lavoro nei luoghi più belli della Campania: da Sorrento a Pompei, da Paestum al borgo medievale di Teggiano (in Cilento). Il tema, di ampio respiro, dell’iniziativa organizzata da Mario Esposito nell’ambito del Premio “Penisola Sorrentina Arturo Esposito”  (in collaborazione con il Comune di Sorrento e l’Assessorato al turismo della Regione Campania) ha riguardato l’esperienza del “viaggio” umano, fisico, geografico, sociologico, storiografico, accostato ad un intenso percorso ermeneutico.

Noi di OFF, che abbiamo seguito l’evento, abbiamo scambiato qualche parola in esclusiva con il Maestro circa il suo lavoro…

Maestro, che esperienza ha vissuto umanamente e artisticamente in Campania?

E’ stata un esperienza straordinaria. Conosco bene, benissimo, la mia Sicilia ma un po’ meno il centro sud. E’ stato molto bello introdursi così a fondo e scoprire il territorio Campano da Napoli in giù. Ho cercato di raccontare il territorio in continuità con la mia produzione fotografica precedente, rigorosamente in bianco e nero.

Che cosa l’ha colpita particolarmente di una terra come la Campania?

Prima di tutto la grandiosità di un territorio come quello napoletano dove, non dimentichiamoci, c’era il re. Inoltre la maestosità dei templi partenopei disseminati per la pianura mi ha colpito molto. La mia Sicilia è un approdo di culture: quella araba, greca, normanna. La Campania è terra di sfarzo e altresì di incontro tra culture diverse. Per me è stato un privilegio fungere da raccordo tra queste due straordinarie terre con il mio lavoro.

Lei ha lavorato diverso tempo a Milano. Che cosa cambia per un artista come lei tra il risiedere in una grande città del nord o in un piccolo comune in Sicilia?

Le grandi città come Milano hanno dato un grande contributo all’arte, alla letteratura e anche alla fotografia. Al sud, artisticamente, spesso si vive una situazione di isolamento che, in alcune zone può essere “dorato”, ma in altre no. Nel caso dei grandi artisti, fotografi e scrittori del sud, non può che giovare il confronto con un mondo più “avanzato” come quello del nord e delle metropoli. Per me infatti Milano è stata una città ricca di stimoli.

Cosa significa oggi, con le grandi tecnologie che abbiamo a disposizione, fare fotografia d’autore?

“Fotografia d’autore” è un modo di dire, niente di più. Si potrebbe parlare piuttosto di una fotografia carica di sostanza e di una invece priva di essa. C’è però oggi in alcuni casi una concezione della fotografia che potremmo definire “mordi e fuggi” (senza sostanza) che è il vero disastro della fotografia contemporanea, nonché figlio di una globalizzazione che, a mio modo di vedere, sarà la rovina del nostro paese. L’Italia è una terra fatta di luoghi diversi tra loro con relative tradizioni diverse e importanti. Ecco, bisognerebbe fare un passo indietro e ricordarci quanto sono belle quelle tradizioni. Per fare “fotografia d’autore” oggi, bisogna conoscere molto bene un territorio e studiarlo, fermarsi a riflettere sui soggetti e capire come valorizzarli. Non è tutto uguale, ogni territorio, ogni soggetto, ha un’anima da indagare.

Lei ha conosciuto e ha lavorato con Leonardo Sciascia. Che uomo era e che rapporto aveva con lui?

Sciascia era un uomo straordinario. Con lui ho fatto due libri: la contea di Modica e invenzione di una prefettura. Lo conobbi nel ’79 e coltivai una bella amicizia con lui per 10 anni, fino alla sua morte. Sciascia era figlio dell’illuminismo, come Bufalino del resto. Era uno scrittore straordinario e la sua grandezza stava nel voler conoscere sempre e a tutti i costi la verità. Era curioso come pochi altri.

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