Quest’arte che fa mangiare, ma non fa sentire il rumore

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In uno sciopero con tanto di corteo cittadino alcuni operai hanno esposto uno striscione con il loro stipendio paragonato al compenso, di migliaia di volte superiore, del manager-gran-capo della loro fabbrica, volendo così denunciare questa differenza per sproporzionata, antieconomica e ingiusta.

Per diverse ragioni e conoscenze ho avuto occasione di seguire con interesse la vendita del nudo di Modigliani, battuto per 170 milioni di dollari, che così incassa migliaia di volte di quanto incasso io e gran parte degli artisti: viventi o no che siano.

Questo caso però non promuove alcun sentimento di ingiustizia, non si avverte sproporzione tra il pur capace pittore che vende a mille e un altro artista che vende a mille volte mille, perché la ragione di questa differenza cade nelle mani: (Modigliani) è più bravo.

E’ possibile pensare centinaia di artisti in piazza a reclamare maggiore valutazione per i propri lavori e prezzi rivisti al ribasso di Pollock, Picasso e Van Gogh ?

La protesta degli operai è squisitamente economica perché il valore monetario e la sua distribuzione hanno da sempre occupato il pensiero economico. In epoca moderna poi l’economia, pur creando due grandi e opposte visioni (più Stato o meno Stato), ha trovato vincolo e alleanza nella finanza e assunto così un ruolo, nei fatti, di dominus della ricchezza o povertà degli Stati e degli individui: ha dunque una sua coerenza la medaglia di timoniere del mondo che ha salda e ben esposta al petto.

Lo stesso paradossale accostamento tra il guadagno del manager e di Picasso mette in superficie quanto l’economia sappia trovare una giustificazione alla diversa distribuzione del danaro: in altre parole l’economia si assegna, con ragioni impeccabili, il titolo di gran tessitrice del valore purché sempre orientabile ad una monetizzazione, ad un valore -variabile- di scambio.

Che questo orgoglio giustificato e santo di plasmare e distribuire valore in forma di moneta si riversi anche sulla padronanza del valore, sulla capacità autonoma e indisturbata di generarlo è in realtà una credenza, se non un inganno.

V’è infatti una seconda ragione che rende paradossale l’accostamento del manager milionario all’artista miliardario: l’economia può farsi protagonista nel manipolare, spesso a vantaggio di tutti sia chiaro, il valore del mondo e delle sue cose ma la creazione di valore è qualità squisita e unica dell’arte. Il quadro di Picasso fonda egli stesso il proprio valore: l’economia potrà prenderne possesso e farne il meglio possibile ma la fondazione del concetto stesso di valore è attribuito al mondo dall’arte.

La casa che si abita, l’automobile che ci conduce a quella casa o il cavallo e la sua sella, il cibo, i bicchieri per il vino e il vino stesso, il costellato e contraddittorio mondo che l’essere umano incessantemente costruisce e conferma in valore non esisterebbero senza l’arte.

L’arte, anche nel suo stato germinale (come sempre è in verità l’arte), promuove il valore alle cose per il loro principio di differenza l’una dall’altra e non solo ed esclusivamente per la sola migliore o peggiore adeguatezza ad una esigenza pratica. Non bastano nozioni di tecnica o regole numeriche per accostare sasso a sasso, intrecciare la pelle di una preda, colpire un pezzo di selce, costruire un missile e dar luogo ad un muro, a una coperta, ad un’arma come ad un viaggio interplanetario. Ogni sasso non solo costruisce il suo muro ma apre la possibilità di costruirne altri, differenti dallo-stesso e per questo soggetti ad una differente valutazione seppur assolvessero con medesima efficienza il loro compito.

Il valore nasce nella costruzione della differenza di natura poetica in senso esteso del termine. La nascita del valore, gestito e dominato poi di certo dall’economia, risponde alla proprietà di desiderare, realizzare e valutare le differenze, ed è questa tensione la specializzazione dell’arte nel mondo: se l’economia è motore del mondo l’arte è cuore dell’economia.

Mi è capitato di sentir dire da un collezionista, grande imprenditore edile nel mondo reale che alla fin fine sono lui ed altri come lui a dar valore al mondo, a trasformarlo in denaro, dunque in benessere, perché loro costruiscono cose concrete e partecipano così alla padronanza della economia sul mondo: producono circolazione di danaro e sopratutto valore certo e condivisibile. Egli, a suo vedere, non solo solo tesse, gestisce, finalizza, moltiplica e comprime, modella, condivide e sottrae valore: lui, l’economia che incarna, lo producono il valore.

L’arte, a suo vedere, è uno spicchio, seppur generoso, di attenzione dell’economia che ne decreta valore ed esercita il potere di generare valore al mondo e alle sue parti. Una economia timoniera dunque in un mondo nel quale l’arte è, come la storia pare segnalarci e abbagliarci, testimonial della qualità di vita che l’economia privata o pubblica che sia può generare.
Ho domandato così al caro amico e uomo delle costruzioni quanto potrebbe costare una casa a Venezia, in San Marco o a Ca Rezzonico e in breve mi ha ragguagliato: costa migliaia e migliaia di Euro a metro quadrato. Costa molto, moltissimo. Ha un enorme valore. Ho ben pensato allora di informarlo che quella notte stessa avrei portato da via da Venezia tutti i Veronese, i Bellini, i Tintoretto e tutto quello che avrei potuto. Magari avrei cancellato da Venezia tutto quello che è riferito all’arte, sia per presenza che per derivazione. Ho chiesto a quel punto al collezionista-imprenditore quanto sarebbe costato quell’appartamento dopodomani, avendo così il tempo di togliere l’arte ovunque. Molto, molto poco, quasi niente, quasi zero ha risposto.