Con Saverio Marconi sull’onda del vaudeville americano

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Ph Giulia Marangoni

Un grande classico bisogna saperlo mettere in scena per riuscire a stupire ancora. Ad apertura di sipario, ciò che balza subito all’occhio del Chicago della Bernstein School of Musical Theater di Bologna (diretta da Shawna Farrell) è l’allestimento curato fin nei minimi dettagli e di forte impatto. La regia è stata affidata a un maestro del genere qual è Saverio Marconi, che costituisce una garanzia sulla carta, confermata post visione.

«Delitti, avidità, corruzione, violenza, sfruttamento, adulterio e tradimenti». Il libretto di Fred Ebb e Bob Fosse (adattamento italiano di Giorgio Calabrese) pone la lente d’ingrandimento sulle ombre dell’essere umano. Siamo sì nella Chicago anni ’20, ma oltre alla piacevolezza derivante dal musical, molti temi continuano a essere di un’attualità disarmante, a partire dal desiderio della scalata sociale.

L’intuizione di Marconi di cavalcare l’onda del vaudeville rende il tutto più fluido e fruibile, giocando proprio con l’idea di fare spettacolo – di qui anche la figura del presentatore (Andrea Meli). L’ouverture è affidata al tip tap praticato da un giovanissimo talento, Tommaso Parazzoli (pronto a tornare in chiusura). Velma Kelly (un’Alice Luterotti che lascia il segno) e Roxie Hart (la brava Elisa Gobbi) si conoscono nella prigione della contea di Cook e a pelle sono nemiche. Entrambe sono accusate di omicidio e il brillante avvocato Billy Flynn (un credibile Matteo Francia) sfrutta il potere mediatico rendendole delle celebrity, passando sopra qualsiasi sentimento.

Non era semplice tradurre i testi di brani cult come “All that Jazz”, ma questa produzione è riuscita nell’intento, restituendo il ritmo della partitura musicale (un altro punto di forza è senza dubbio l’ensemble strumentale costituito da sette elementi, diretti da Maria Galatino, impegnata anche al piano).

Nota di merito va al disegno luci di Emanuele Agliati, abilissimo nel porre l’accento sulla perfetta punteggiatura drammaturgica di partenza e nello sposarsi con un’idea registica dal deciso gusto estetico mai fine a se stesso. Il tutto con la complicità dei costumi di Massimo Carlotto – all’occorrenza seducenti – e la scenografia essenziale e ben orchestrata di Gabriele Moreschi.

Questo musical americano si caratterizza tanto sul piano coreografico (curato ottimamente da Gillian Bruce), in cui bisogna possedere una forte padronanza della scena e colpisce come gli allievi del secondo e del terzo anno della BSMT dimostrino completezza sul piano della preparazione (canto, ballo e recitazione), superando idealmente alcuni professionisti nostrani. Il punto è proprio questo: pur essendo una “produzione amatoriale” e consci che i ragazzi abbiano ancora da imparare e crescere, ci si trova davanti a una messa in scena di Chicago di grande dignità e qualità, meritevole di una tournée sui nostri palcoscenici (si respira l’aria del film diretto da Rob Marshall, mixando con alcune influenze da A Chorus Line e intuizioni che scavano nella profondità dei personaggi – basti pensare all’assolo del marito di Roxie, Amos/Pierluigi Cocciolito). Lo spettacolo è stato presentato, infatti, all’interno di “A Summer Musical Festival”, un’iniziativa voluta dalla scuola bolognese affinché i giovanissimi si rapportino con un vero palco e un pubblico pagante in carne ed ossa.

Dopo Spring Awakening diretto da Mauro Simone e il musical di Fosse (al Duse), chiude la rassegna Il bacio della donna ragno, per la regia di Gianni Marras e la direzione d’orchestra di Stefano Squarzina (dal 19 al 23 al Comunale di Bologna).

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