Host Venturi, il capitano che proclamò la Reggenza del Vate

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J. M. W. Turner [Public domain], the Fighting Temeraire. 1839, par Joseph Mallord William Turner. Dimensions 90.7 x 121.6 cm, tableau exposé à la National Gallery, à Londres
J. M. W. Turner [Public domain], the Fighting Temeraire. 1839, par Joseph Mallord William Turner. Dimensions 90.7 x 121.6 cm, tableau exposé à la National Gallery, à Londres

Ottantottenne, morì suicida in Argentina, duramente provato dalla scomparsa del figlio per mano del regime militare di Videla. Era il 1980, e Giovanni Host Venturi chiudeva con un gesto estremo la sua vita di uomo di fatti e non di parole, come molti altri di quella straordinaria generazione che donò all’Italia una vibrante scossa di modernità.

Il suo vero cognome sarebbe stato Host-Ivessich, ma nel 1915, per poter combattere con l’Esercito Italiano senza rischiare rappresaglie contro i suoi familiari rimasti in Istria, grazie all’aiuto di un amico milanese ne cambiò la seconda parte in Venturi facendosi passare per italiano a tutti gli effetti, e quindi non punibile per diserzione.

Da volontario fu assegnato al 7º Reggimento Alpini, ma nell’estate del 1917 chiese di far parte degli Arditi, e confluì nel XIII Reparto d’Assalto raggiungendo il grado di Capitano. Ottenne tre Medaglie d’argento al Valor Militare: la prima nell’agosto del ’16, per aver guidato con successo una rischiosa ricognizione da lui stesso proposta sul Sabotino; un’altra nel maggio del ‘17, per essere tornato in linea nonostante una ferita riportata in combattimento, e aver guidato audaci azioni infliggendo numerose perdite al nemico. La terza, conferitagli come Ardito, nell’ottobre del ’18, per aver difeso strenuamente le posizioni appena conquistate a Falzè di Piave, nei giorni dell’avanzata finale.

Conclusa la guerra, Venturi era già a Fiume, promosso aiutante di campo del Generale Asinari di San Marzano, che comandava i Granatieri di Sardegna inviati dall’Intesa a presidiare la città, e fu lui a condurre le trattative per l’espulsione della resistenza croata. Poco dopo, l’arrivo delle altre truppe alleate e l’allontanamento dei Granatieri convinsero Venturi della necessità di un’azione di forza per annettere Fiume all’Italia.

Fiera di Milano – Campionaria 1941 – Visita del conte di Torino Vittorio Emanuele di Savoia e del ministro delle comunicazioni Giovanni Host Venturi in occasione della inaugurazione, 1941, fonte Wiki pubblico dominio
Fiera di Milano – Campionaria 1941 – Visita del conte di Torino Vittorio Emanuele di Savoia e del ministro delle comunicazioni Giovanni Host Venturi in occasione della inaugurazione, 1941, fonte Wiki pubblico dominio

In fondo, sosteneva Tucidide, la libertà è data dal coraggio. Per questa ragione costituì, nell’aprile del ’19, la Legione Fiumana, di cui facevano parte 25 Ufficiali, 55 Sottufficiali, 122 Graduati e 606 Soldati. E fu ancora Venturi che invitò D’Annunzio ad assumere il patronato della causa fiumana. Come Keller, ammirava il patriottismo e le gesta militari del Vate, e lo riteneva la persona più adatta a patrocinare la causa nazionalista. E quando i Granatieri comandati dal maggiore Carlo Reina partirono da Ronchi al seguito di D’Annunzio, la Legione Fiumana andò loro incontro, e con il tacito assenso delle truppe regolari italiane entrarono in città. Stanti l’incruento colpo di mano e la relativa tranquillità della situazione, i Legionari furono impiegati nei mesi della Reggenza soltanto in funzioni di pattugliamento in città e sui i confini del distretto, e per funzioni di polizia militare.

Conclusa l’esperienza a Fiume con il “Natale di sangue”, Venturi, indignato per l’atteggiamento del governo italiano, nel 1921 aderì ai Fasci di Mussolini, e continuò a combattere per la causa dell’annessione, duramente avversando la fazione autonomista di Zanella che premeva invece per l’autonomia della città. Guidando un vero e proprio assalto di 200 Legionari al palazzo municipale, costrinse Zanella alle dimissioni spianando la strada al Trattato di Roma del 1924, che riconobbe Fiume italiana.

Dal 1925 al 1943 svolse attività politica all’interno del PNF, ricoprendo anche incarichi ministeriali, sempre restando fedele all’ala intransigente. Repubblichino per coerenza personale, ma senza macchiarsi di delitti o violenze, nel 1948 preferì lasciare l’Italia per l’Argentina, dove la vita gli avrebbe riservato un finale assai amaro.

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