“Garincia” il ribelle, il campione che amava la libertà

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“Garincia” il ribelle, quel campione del mondo che amava la libertà
Pixabay License ph waldryano

In un periodo storico in cui il calcio è in decadenza, quando il sogno dello sport ha lasciato il posto al calcolo del business, quando i giocatori non si differenziano più per la loro creatività, ma per le loro abilità performative, fisiche, mediatiche, non poteva che venire alla luce questo libro, che tratta appunto di un campione in decadenza. “Garincia” è stato pubblicato alla fine del 2018 da Edizioni Incontropiede.

L’autore è lo scrittore e blogger di Salerno Jvan Sica, che dell’arco di queste 163 pagine ci racconta non il giocatore in quanto campione del mondo col Brasile, ma come uomo in declino, girovagante per le strade di Roma a bere, a giocare a calcio coi ragazzi della periferia.

Accarezza la palla con il destro, ma non si capisce bene coma fa a condurla, un po’ perché è buio, un po’ perché fa movimenti mai visti. Si fa sotto il primo difensore. È alto, ben strutturato, con dei muscoli in vista e il viso abbronzato. Mané lo salta con gentilezza, senza farsi sfiorare neanche dalle mani che cercano di afferrarlo.”

Il sogno di Mané Garrincha (nato a Magé il 28 ottobre 1933 e deceduto a Rio de Janeiro il 20 gennaio 1983) si realizza solo nel momento in cui tocca un pallone, per il resto per lui ci sono solo rammarico e tristezza, ubriacandosi per i locali romani, prestando mal volentieri il suo volto per una campagna pubblicitaria a favore del caffè brasiliano, accompagnando la moglie Elza Soares ai suoi concerti al Teatro Sistina.

“Garincia” il ribelle, quel campione del mondo che amava la libertà

Ma perché il titolo del libro è “Garincia” e non Garricha? Sono i romani e il dialetto romanesco a trasformare il suo nome, ricordando un’epoca priva di Internet, dove ciascun quartiere aveva la sua cultura. Un’epoca dove non c’era bisogno di sentirsi internazionali per essere cosmopoliti, visto che solo all’interno di una città si potevano ritrovare centinaia di sfaccettature.

Dal punto di vista stilistico la scrittura di Jvan Sica è fluida e gioca in modo apprezzabile col plurilinguismo, passando dal dialetto romanesco al portoghese, rendendo così la vicenda realista e credibile.

Il romanzo ci parla di un campione in declino, ma che non perde mai la sua saggezza: dopotutto è quello stesso giocatore che per tutta la vita aveva dovuto fare i conti col problema alla sua gamba ed era quello stesso giocatore che dopo la vittoria del campionato del mondo 1962, quando il presidente del Brasile chiese a ciascun giocatore “Cosa ti piacerebbe ricevere?”, disse che avrebbe voluto che l’uccellino che il presidente teneva rinchiuso nel suo studio in gabbia fosse liberato.

Avrebbe potuto chiedere qualunque cosa, lui chiese “soltanto” questo, campione non soltanto calcisticamente, ma anche e soprattutto umanamente.

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