Curzio Vivarelli, dal Futurismo sulla “linea di perfetta, tenera finezza”

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Composizione astratta con cerchio, 2015, olio e tecnica mista su compensato di pioppo, 80x80cm

Curzio Vivarelli è quello alto e magro, con la barba selvaggia come un russo e la faccia da ragazzino, che guarda i gabbiani sopra l’Adige o la faccia della gente che gli passa accanto. È quello che usa la laurea in matematica per costruire aereoplanini di carta e lanciarli nel loro volo lunghissimo sopra una collina. È quello che dipinge, in un microappartamento da bohémien nel quartiere più multietnico di Verona, mentre ascolta Beethoven, Bruckner e Brahms, e conta che un po’ della loro rigorosa grandezza gli passi attraverso le dita. È quello che si esercita nella “ricostruzione utopico-meccanica dell’universo con i fiori di Balla”. È quello che scrive trattatelli di estetica in un soave italiano d’altri tempi, intingendo nella china una penna di gabbiano. È quello che ritaglia paesaggi di alberi e falchi in volo in un foglio di carta bianca da album. È quello che non si preoccupa se il tempo incurverà la carta e toglierà loro l’equilibrio.

Sa che dall’arte non si può pretendere garanzie – né di efficacia, né di durata. Che la bellezza non è un compromesso con le stagioni del mondo.

È uno totalmente sincero e limpido. Niente di quello che fa è una posa. Zero narcisismo. Zero voglia di raccontarsi o di raccontarsela. Zero smanie di fare il provocatore. È uno spirito libero nato, non uno che fa finta. La sua barba era così anche quindici anni fa, prima che la sdoganassero gli hipster.

Non sparisce per essere cercato. Sparisce perché cerca: la grandezza, che piace all’artista vero e che tra un po’ ci si dovrà vergognare a nominare. Tende “al gelido canone dell’ordine, avendo in chiaro che la bellezza è sempre forma e sempre ordine”.

È severo, ma dispiacendosene. Giusto perché schifa le “genialità spettacolari” e le “buffonesche imposture”. “La folle adorazione della luna” gli pare invece uno degli ozi più sensati, più ‘umani’.  

Studia il futurismo con Soffici e Carrà. Di Sironi venera quell’“acuta riaffiorante fase esoterico-astratta”. S’innamora della gru stilizzata del costruttivista russo Rodchenko e dell’arte astratta “in quanto effettiva pratica mentale ovvero spirituale”. S

ua è una massima che merita di essere meditata: “Nel tempo, sopravvivranno solo l’arte aristocratica e l’arte popolare”.

Curzio Vivarelli è artista totale, e non da quando le sue “fantasie russo-veneziane”, delicatissime visioni di pinnacoli ortodossi che si stampano sulle onde della Laguna, sono state esposte alla Fondazione Solgenitsin. Lo è da quando ha scelto come meta cui tendere quella “linea di perfetta, tenera finezza” tracciata dal leggendario pittore greco Apelle. E finché continuerà questo esercizio. Di dimagrimento dell’io fino all’assoluta trasparenza dell’essere.

1 commento

  1. Un ritratto perfettamente calzante di Curzio. Egli stesso assurge a Minimoa di carta che si libra con costanza e senza sosta tra il mondo visibile e quello che a noi non appare tale. Quando tutto sembra oramai in declino ci accorgiamo di un’alba inattesa.

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