Marco Bruzzi: “Vi racconto le mie sfide da imprenditore…”

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Marco Bruzzi

Marco Bruzzi, imprenditore di successo e CEO di MB America, la società che ha reinventato e dato valore a quello che oggi è lo spazio polifunzionale W37 a Milano.

Da dove è iniziata la sua carriera e come si è formato?

La mia formazione professionale inizia all’università con una laurea in Scienze Politiche e una specializzazione in gestione di organizzazioni complesse. Dopodiché ho fatto un’esperienza molto interessante e formativa in Whirlpool. Il mio background quindi si alterna tra la parte di gestione di sistemi complessi, con una forte impronta nella gestione del sistema, alternata a quella che è la composizione e la ricomposizione di un’azienda. Uno dei miei professori era Enzo Spaltro, con il quale ho studiato anche la psicologia dell’organizzazione all’interno del contesto aziendale. Questi due aspetti, combinati tra loro, hanno sempre accompagnato la mia carriera nell’ottica di ottenere il meglio dalle persone, anche dal punto di vista umano, oltre che professionale. Ad un certo punto, ho iniziato a mettermi in proprio facendo consulenza alle aziende nell’ambito dei sistemi qualità, esperienza che mi ha garantito sempre molto lavoro e soprattutto di varia natura.

Ci parli della sua società, cos’è MB America?

“Marco Bruzzi America” nasce nel 2013 negli Stati Uniti con la collaborazione di mia moglie, l’architetto Monica Melotti. Quando sono sbarcato a Miami (letteralmente) da Marina di Ravenna in barca a vela, avevo la volontà – nonostante avessi già lavoro in Italia – di mettere una “bandierina” anche negli USA. Due ore dopo aver calpestato il suolo americano mi sono recato dall’avvocato per costituire la società senza nemmeno avere in testa un’idea chiara di cosa sarebbe stata; fare questo passo è stato come buttare il cuore oltre l’ostacolo, credendo in una visione che in quel momento era solamente nella mia testa. Oggi, a distanza di anni, MB America gestisce importanti investimenti, prevalentemente in campo immobiliare.

Come cambia il mondo degli affari, dal punto di vista di un italiano, oltreoceano?

L’America ha un’energia, dal punto di vista imprenditoriale, veramente affascinante. Negli Stati Uniti, a fine giornata, ci arrivi stanco ma senza frustrazioni, semplicemente perché il processo del fare affari è molto più lineare che qui in Italia; questo da soddisfazione sia dal punto di vista economico che in termini di impiego di tempo, non andando a creare accumulo di stress. Per quanto riguarda la burocrazia invece: non è vero che negli USA ce n’è meno che in Italia, anzi. Semplicemente le cose avvengono in maniera più lineare. Io dico sempre che è bellissimo “sentirsi italiani” all’estero e non “essere italiani” all’estero. L’italianità, significa anche avere 2500 anni e passa di storia sulle spalle, il che all’estero è riconosciuto in un certo modo, come giusto che sia. Ciononostante è bello come dicevo sentirsi italiani e portare in un paese straniero, come nel mio caso gli Stati Uniti, le proprie radici e le proprie esperienze adattandole alla cultura che ospita e non imponendo il proprio modo di fare.

Qual è il segreto del suo successo come imprenditore?

Il mio segreto è la consapevolezza di non avere la bacchetta magica. Questo mi porta a studiare e approfondire sempre i fenomeni che caratterizzano il mio lavoro con lucidità e fermezza, valutandoli per come si presentano, togliendo anche quella parte di attaccamento emotivo che a volte può risultare scomoda. Inoltre, mi definisco un “viaggiatore” più che un imprenditore, cerco di assorbire quello che ho imparato nei miei viaggi fatti in barca a vela – che è la mia grande passione – e portarlo nel mio lavoro.

Ci racconti la storia di W37.

W37 è un progetto nato dall’incontro di MB America con l’imprenditrice Emanuela Verlicchi Marazzi. Per raccontare la storia di questo immobile devo tornare con la mente a 5-6 anni fa, quando siamo entrati per la prima volta in un capannone dove a terra c’erano calcinacci, sabbia e tutto intorno un quartiere che non era quello di oggi. Tuttavia la riqualificazione dell’area del Naviglio Grande era iniziata  e, quindi, c’era già un punto di riferimento; serviva però un’idea forte e una visione. Grazie alla combinazione della mia esperienza nel mondo degli investimenti e a quella di mia moglie come architetto, siamo riusciti a intuire come sarebbe potuto diventare l’immobile una volta tradotto in una realtà imprenditoriale. Oggi all’interno c’è un ristorante stellato, LUME by Luigi Taglienti, con una cucina innovativa, la parte residenziale con loft e appartamenti in affitto e le Venue,  3 location per eventi, modulari. Abbiamo “importato” il concetto americano traducendolo e adattandolo nella realtà italiana: questa era la nostra vera sfida. In via Watt 37 abbiamo cercato quindi di ricreare degli odori, delle sensazioni che coinvolgano i cinque sensi, di dare agli ospiti e ai residenti dei servizi innovativi importati e adattati dallo stile living americano a quello italiano, come il concetto di distretto, creando una destination, un luogo che viene scelto dai clienti per un motivo ben preciso. Abbiamo concepito questo luogo con una pianta a farfalla, in modo che tutto possa essere collegato in una logica olistica di servizio offerto al cliente: dal food al living, con parcheggio, assistenza tecnica, security, lavanderia e ampi spazi per eventi. A distanza di anni, guardando il lavoro di analisi quotidiano effettuato e la dedizione messa sul progetto, siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto: un immobile polifunzionale di grande valore.

Che tipo di lavoro state facendo a livello culturale a W37?

In questo spazio c’è la necessità di coniugare “events, food e living” in una logica di design. Lo stesso ristorante non è un esperienza culinaria fine a se stessa, bensì un viaggio culinario unito ad un concetto estetico, di design, a cui teniamo molto. Non a caso, l’inaugurazione dei primi spazi di W37, è stata fatta con Franca Sozzani e Vogue Italia. Oggi c’è la sensibilità da parte nostra di promuovere uno spazio adibito anche ad essere teatro di importanti eventi culturali. A Milano è necessario fare cultura oggi, specialmente in uno spazio come questo e in un quartiere in grande fermento come quello del Naviglio Grande. Non guardiamo solo al design quindi, ma anche e soprattutto alla componente artistica e all’apporto culturale che vorremmo diventasse sempre più importante per W37.

Dia un consiglio ai giovani che ci leggono e sognano di fare gli imprenditori.

Viaggiate. Non smettete mai di viaggiare, di scoprire, di essere curiosi. Girare il mondo apre la mente. Una cosa è fondamentale nel viaggio però: conoscere bene le proprie radici. Se non hai delle radici, se non sai da dove vieni, non puoi nemmeno sapere dove stai andando e interpretare correttamente il concetto di viaggio.

Ci racconta un episodio OFF della sua carriera, qualcosa che ha cambiato la sua vita?

Il mio incontro col buddhismo è stato fondamentale perché mi ha aiutato a capire meglio e gestire molte dinamiche della mia vita e della mia azienda, migliorando le mie performance e quelle di chi lavora al mio fianco. Nel tempo – grazie al buddhismo – ho imparato a vivere con il giusto distacco emotivo ad esempio la negoziazione di un contratto, per capire esattamente dove si vuole arrivare insieme, ottenendo il massimo da quella particolare situazione. Recentemente abbiamo portato avanti un evento proprio a W37 con la presenza di un monaco tibetano molto amico del Dalai Lama, Phakyab Rinpoche, con alle spalle una storia straordinaria. In passato infatti è stato imprigionato e torturato dai cinesi; con una gamba in cancrena è riuscito a scappare ed è stato mandato a New York dove gli avrebbero amputato l’arto, o sarebbe morto di setticemia. Invece di arrendersi all’ineluttabile, lui si è chiuso in una stanza a Brooklyn per meditare sulla natura umana e provare a comprendere l’origine del suo male e in otto mesi è guarito completamente.