Stefano Napoli, Bauty Dark o l’amore senza parole

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Facebook - Compagnia Colori Proibiti diretta da Stefano Napoli

Al suo debutto milanese nella sala Caffè Rouge del Teatro Franco Parenti di Milano incontriamo Stefano Napoli, regista e ideatore di Beauty Dark Queen, un’opera a metà tra la pochade e la tragedia, da cui scaturisce la storia di uomini che non sanno amare ma solo possedere e di donne che si difendono chiudendosi nella freddezza del cuore e nello splendore effimero di un bel vestito. Si tratta di una versione inedita di una celebre leggenda che vede protagonisti Elena, Paride, Eros, Afrodite e Menelao nell’eterno gioco dell’amore, dei fraintendimenti e del caso.

Cosa ti ispirato questo spettacolo?

Lo spettacolo nasce prevalentemente  dalla mia passione per il film noir degli Anni ’40 e dal cinema muto di Fritz Lang. Ma un evento scatenò un vero e proprio cambiamento nella mia vita artistica: fino al 1985 i testi su cui lavoravo erano i classici come quelli di Oscar Wilde e di  Strindberg,  ma un giorno  mi capitò di leggere il diario di Vaslav Nijinskij, che morì pazzo all’età di 55 anni, considerato “il ballerino di Dio” per la sua capacità di coinvolgere il pubblico con prestazioni di ineguagliabile bellezza. La sua storia mi ammaliò a tal punto che da quel momento iniziai ad unire alla recitazione le immagini e il movimento.

In quest’opera però si parla poco…

In effetti fu Francesca De Luca, una delle mie attrici peraltro molto apprezzata, a dichiarare la sua ansia. Questo fatto mi indusse a togliere il “parlato”, come se il più potesse rivelarsi un meno. Nello spettacolo  intitolato “Ho fatto della mia anima un luogo di piacere“, tratto da un verso  del poeta inglese Alfred Tennyson e ispirato a “Frammenti di un discorso amoroso“, ho lasciato lo spazio unicamente all’immagine e al movimento: il successo che ne è seguito mi ha dato il coraggio di abbandonare definitivamente la parola.

La Beauty Dark Queen chi è?

E’ Elena, che scatenò la Guerra di Troia. Il tema dello spettacolo però non è la guerra, bensì la storia interiore dei protagonisti: Eros, Menelao e Afrodite. Vorrei smuovere la platea proponendo  i temi cardine dell’esistenza e cioè l’amore, la vecchiaia e la morte. In fondo credo che la vita di tutti ruoti prevalentemente intorno a queste tre cose

Come riesci a comunicare al pubblico  questi temi se non si parla?

Con il movimento e con le immagini. L’immagine di Afrodite per esempio è imponente grazie all’abito che indossa. Si tratta di un abito preziosissimo, realizzato negli Anni ’20 dalla sartoria teatrale delle Folies Bergèrès  che mi fu regalato da un’amica la quale a sua volta lo acquistò ad un’asta parigina. L’ho tenuto chiuso nell’armadio per lungo tempo, fino a quando non ho pensato di utilizzarlo per dare enfasi a questa figura così importante come la dea dell’amore. Del resto l’abito gioca un ruolo cruciale nella vita di tutti i giorni per ciò che riguarda la seduzione e di conseguenza l’amore.

Lavori sempre con gli stessi attori?

Prevalentemente si. La compagnia è quella dei Colori Proibiti e prepariamo insieme gli spettacoli provando sul palco del Teatro Ulpiano di Roma, di cui sono il direttore artistico. Si tratta di un teatro adibito a spettacoli  di  Cabaret costruito negli Anni ’30 sul palcoscenico del quale ha debuttato Monica Vitti. Successivamente il luogo  è stato trasformato  in cinema, infatti le poltrone della platea sono le stesse classiche in legno che si usavano anni fa e che io ho voluto mantenere anche nella nuova veste di sala prove.