Perroni, il poeta che faceva a pezzi gli impostori della poesia

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Sergio Claudio Perroni faceva tutte le cose che uno che ama la cultura come occasione di umanità dovrebbe fare. Curava crestomazie poetiche alla Leopardi. Era un traduttore attentissimo. Era un critico dolorosamente onesto. Scriveva anche libri, ma quelli ormai li scrivono tutti.  

E sfotteva. Il suo meglio è ancora lì sul sito poetastri.com. Sono gli articoli in cui faceva a pezzi gli impostori del fragile mondo della poesia; pezzi microscopici, una nube radioattiva. Li stroncava tutti, quelli che tolgono l’ossigeno ai veri talenti, gli assassini certi del poeta ignoto. “Quelli che durante l’anno si puntellano recensendosi a vicenda, pubblicandosi a vicenda, prefacendosi a vicenda, incensandosi a vicenda.”

C’è da ridere fino alle lacrime per i suoi sarcasmi precisi come un volteggiare di katana contro chi prende sul serio se stesso e non la sua arte. “Il lettore deve superare una cordigliera di pseudo-epigrammi a rime cariate.” “Lo fiuti subito, fin dall’attacco della nota biografica, gonfio dell’egolatria surreale e maldestra del dilettante”. “Quante nozioni avvincenti! E lo squisito annotarsi in terza persona, a mo’ di Sioux?”

Perroni, il poeta che faceva a pezzi gli impostori della poesia
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Regalatevi un po’ di felicità intellettuale. Andate a scoprirlo e ricordatelo, questo fenomeno che è appena morto tirandosi un colpo di pistola alla tempia. Questo gigante che, come editor, sapeva piegarsi anche ad altezza di nano per amore di un libro riuscito decentemente. Questo buonissimo che posava da cattivo e invece dedicava così tanto del suo tempo a cacciare meraviglie: per dare qualche possibilità al lettore meritevole di incontrare il sogno della grande scrittura e al grande scrittore il sollievo di scoprirsi vivo. Questo è umanesimo. Altro che i narcisetti che vorrebbero eliminare ogni altra forma di vita culturale intorno a sé.

Accanto alle stroncature, sul sito Poetastritroviamo la rubrica “Per il verso giusto”, in cui Perroni metteva in vetrina spettacolari voci quasi sconosciute. E poi i frammenti poetici che per anni collezionava con cadenza quotidiana. “La tua assenza mi circonda/come la corda la gola/ il mare chi sprofonda.” “Avevo quell’andatura incerta/ che chiamano esperienza.” “Mi raccolgo in una tristezza immobile,/ come una bandiera che ha dimenticato il vento.” “Da quando ti amo,/ la mia solitudine inizia a due passi a te.”

Ieri quest’uomo straordinario ha imboccato a piedi una strada che costeggia il mare di Taormina e nel punto più bello ha tirato fuori la pistola.

Uno così non è un poetastro. Uno così era un poeta.