Brando Quilici, fotografare con gli occhi di un bambino

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Brando Quilici, produttore, regista e documentarista, figlio del grande Folco Quilici, ha prodotto e diretto oltre cento Special per reti televisive di tutto il mondo tra cui National Geographic e Discovery Channel.

Ha vinto numerosi premi, tra cui il Jackson Hole in America e la Palma d’Oro al Festival di Antibes. Tra i progetti più famosi: Ice Man per Discovery Channel, Ice Man – Murder Mysteryper NOVA PBS, King Tut’s Final Secret sulla scoperta della morte di Tutankhamon e Nefertiti and the Lost Dinasty sulla scoperta della mummia di Nefertiti.

I suoi film sono stati oggetto di copertine del National Geographic, articoli sul New York Times e servizi sulla CNN.

Ha sviluppato progetti per il cinema con i premi Oscar Hugh Hudson e Jake Eberts e prodotto nel 2013 il film Il mio amico Nanuk (Midnight Sun).

Ora sta preparando un film sulla storia di un’ amicizia tra un cucciolo di tigre ed un bambino nepalese, che si svolge nell’Himalaya.

Brando con l’archeologo egiziano Zahi Hawass

Secondo Leibniz viviamo nel migliore dei mondi possibili. Anche se, per certi versi, è il peggiore dei mondi percepiti. Vedendo il suo film Il mio amico Nanuk (Midnight Sun) ci rivela un mondo seppur durissimo, migliore, fatto di rispetto, di amicizia profonda e d’amore. Un legame profondo, per alcuni versi paritetico, quasi irreale. Il bello opposto al sublime, come i quadri di C. D. Friedrich, dalle iconografie del sublime innanzi una natura che ci intimorisce, qualcosa che esorbita totalmente dalle nostre capacità di comprenderla. Qual è quindi Il suo mondo ideale?

Il mondo ideale per me è sicuramente l’Artico. Mi ha affascinato proprio per la sua bellezza e brutalità, per questo contrasto. E poi per qualcosa che contraddistingue l’orso polare, animale bellissimo e allo stesso tempo uno degli animali più feroci della terra. Nel 1990, dopo esser approdato per la prima volta in Artico, al ritorno a Roma non riuscivo a smettere di pensare a quella terra ed ai suoi orsi polari. Mi ricordo che dovevo fare un servizio nel villaggio di Churchill, sulla baia di Hudson, sugli orsi polari che entrano nei villaggi. Una delle riprese più belle era quella che avevamo fatto fuori dal villaggio, dove avevamo fatto costruire una grande gabbia di ferro con tante aperture da cui poter filmare. Da un lato avevamo ricostruito un modello di casa e messo del cibo per attirarli, sperando che nella notte si sarebbe avvicinato almeno un orso. Inaspettatamente, arrivarono invece nove orsi polari adulti, degli esemplari da cinquecento chili ciascuno, per cui rimanemmo bloccati all’interno della gabbia per tutta la notte. Per prima cosa, mangiarono tutto, poi iniziarono a curiosare infilando le zampe dentro le aperture, cercando di ghermire quello che potevano catturare. Per evitare ciò, dovevamo fare grande attenzione che per il tramite delle loro lunghe zampe non riuscissero ad afferrare l’attrezzatura. Mi ricorderò sempre dei loro occhi rosso fuoco ed il loro odore fortissimo di pesce. Quest’esperienza mi segnò profondamente lasciandomi folgorato da questo mondo. L’Artico ha due elementi che a me piacciono molto. Il primo, essendo gran parte sul mare, quindi oceano ghiacciato che quando inizia a sghiacciare, gli elementi più familiari del mare tali lo sono le correnti ed il vento, acquistano un’importanza determinante per far muovere i ghiacci. Se ami il mare, nell’Artico c’è qualcosa che subito ti farà sentire a tuo agio, sebbene sia una zona piuttosto pericolosa. Il secondo elemento che preferisco dell’Artico è il candore del bianco meraviglioso ed il blu dell’acqua e del cielo.

Aveva ragione Kant quando sosteneva che noi umani siamo il capolavoro dell’universo con la nostra moralità?

L’uomo si trova ad un grande bivio e deve prendere delle decisioni drastiche per salvare il pianeta. Non credo che il pianeta possa essere salvato da chi ci governa e neanche dalle grandi leggi internazionali. Credo che il pianeta debba essere salvato da ognuno di noi, dai singoli. Ed io, come lo era anche mio padre, sono abbastanza ottimista. Penso che l’uomo sarà capace di prendere coscienza e le nuove generazioni già lo dimostrano facendo qualcosa d’importante per la salvezza.

Folco e Brando in Somalia, 1976

L’amore per l’immagine, per la documentaristica e per la fotografia. Lei e suo padre avete fatto la documentaristica italiana portandoci ad amarla, facendoci conoscere fuori dai nostri confini. Cosa ha appreso da suo padre?

Come diceva mio padre, l’amore per i colori si eredita dai genitori. Lui l’aveva ereditato da sua madre, che era una pittrice. Ho avuto la grande fortuna che mi portava con se anche quando ero molto giovane, per cui molte cose mi sono venute naturali. All’inizio non volevo saperne di fare questo lavoro, mi piacevano molto lo sport come lo sci, la vela la bicicletta.

Quando gli proposero di fare un film documentario sullo sport e sull’atletica, mi passò il progetto. Diventarono 13 puntate per Rai Uno, ed essendomi molto appassionato all’esecuzione di questo lavoro, decisi di proseguire questa attività.

Quando ha messo le basi per diventare un grande regista, documentarista e autore di film?

Mi ricordo che avevo un grande interesse per il lavoro di Papa Giovanni Paolo II, negli anni in cui era ancora attivo, alla fine della Guerra Fredda. Andai al Discovery Channel a Washington e proposi di fare un film documentario sul Papa, sulla sua vita. Non dal punto di vista religioso ma dal punto di vista di grande ambasciatore di pace, dell’uomo che aveva contribuito alla fine della guerra fredda. La Guerra Fredda finì senza neanche un colpo di pistola, anzi, l’unico colpo di pistola fu quello terribile contro il Papa. Ero affascinato da quest’uomo e quindi Discovery accettò la mia proposta sul “grande ambasciatore di pace”. Ci vollero tre anni di lavoro, con interviste ai Presidenti protagonisti di quei tempi come Gorbaciov, Bush padre, che era all’epoca vice presidente di Reagan, ho anche intervistato il Capo Dipartimento di Stato americano, che era il Direttore della CIA al tempo della fine della Guerra Fredda.

Narratore di mondi, quanto c’è di avventuroso e di programmato nel suo lavoro? L’idea romantica dell’esploratore che si insinua e si immerge nella natura…

Ormai, le grandi scoperte che mi interessa filmare, riguardano maggiormente il mondo archeologico. Da quando è morto Tuthankamon, 3300 anni fa, le nuove tecnologie, come la radiografia TAC, hanno consentito nuove scoperte. Col DNA, in Egitto, sono riusciti a ricostruire chi fosse effettivamente suo padre: il faraone eretico Akhenaton che aveva sposato Nefertiti in prime nozze, senza però riuscire a dargli un figlio maschio. Ebbe una seconda moglie da cui nacque Tutankamon.

Brando in Congo Kinshasa, 1968

Ha iniziato con i documentari sul mondo dello sport come stile di vita. È interessante constatare che ha continuato sulla strada di suo padre Folco, in parallelo, seguendo le sue passioni non la sua scia, le sue orme sulla sabbia o sulla neve. Com’è nata la voglia di fare cinema? Diverge molto dal documentario?

La storia di fare cinema nacque perché avevo una storia che volevo raccontare, la storia di una grande amicizia.Di un bambino che vuole salvare un cucciolo di orso polare.

Mio padre aveva fatto un film scritto con Italo Calvino, nel 1962 , che si chiamava “Ti-Koyo ed il suo pescecane”. Era la storia di un bambino che diventava amico di un piccolo di squalo tigre ed io ero sempre rimasto molto affascinato da questa storia. Quindi, ogni volta che mi trovavo in paesi lontani per un documentario, mi ritornava in mente la storia di Ti-koyo.

Immaginai allora che una storia così sarebbe potuta accadere anche in Artico, naturalmente, al posto dello squalo ci sarebbe stato un orso bianco. Lavorai alla sceneggiatura per diversi anni, poiché per un documentarista fare un film a soggetto è stimolante, dal momento che realizzare documentari implica filmare quello che succede veramente, invece, nella fiction puoi lasciar correre la tua immaginazione. Puoi scrivere tutte quelle cose che, quando giri un film documentario, non accadono.

Realizzando un documentario devi stare attento a qualunque cosa succeda e a non perderla, tenendo ben presente che non puoi mai influire sui fatti. Devi cercare di essere invisibile con la cinepresa.

Diversamente, nel cinema puoi fare quello che l’immaginazione ti suggerisce. È come dipingere un quadro rispetto a scattare una foto. La foto non la si può cambiare, il quadro non ha confini per l’immaginazione.

Brando, Mala Mala Park Sud Africa, 1968

Le fotografie si fanno più con gli occhi o più col cuore?

Interpreto questa domanda come qualcosa di istintivo. Perché i bambini fanno delle belle foto? Perché fare una foto è proprio una questione d’istinto e loro hanno una freschezza nel vedere il mondo attorno ad essi che noi perdiamo crescendo.

Cosa spera di trasmettere col suo operato alle nuove generazioni?

Amore per il pianeta in tutte le sue forme.

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Adriana Soares
Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro, vive a Roma dall’età di 11 anni, dove è cresciuta ed ha concluso gli studi linguistici. Artista eclettica che si esprime nelle diverse arti della fotografia, della pittura, della poesia e della scrittura. È permanentemente esposta presso musei con le sue opere che hanno girato il mondo in svariate mostre di successo. È pubblicista e scrive per la sezione cultura del quotidiano Il Giornale: Il Giornale Off. Cura alcune rubriche di Bon Ton su alcune testate. Rappresentata dalla prestigiosa agenzia fotografica “Art and Commerce/ Vogue” di New York. Dal 2017 pubblica le sue prime raccolte di poesie, storie, leggende brasiliane e racconti per bambini. Dal 2019, l'autrice inizia una nuova stagione narrativa con la pubblicazione di racconti per i più grandi. Dislessica per nascita non per scelta.