“La proibizione”, quel pensiero affilato di Valentina Durante

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Pixabay - Ph Eirym

Il titolo dev’essere l’ultima violenza di zia Eleonora. Tutte quelle “i”, che più che ritmare sezionano la parola: astratta, non contaminata dal fiato della vita. Come la sua mano che tagliava i pezzi di carne in parti perfettamente uguali, prima di farli sparire in una bocca perfettamente truccata.

Zia Eleonora è la vera protagonista del romanzo di Valentina Durante, La proibizione (Laurana, 2019, pp. 248, € 16). Gli altri non sono che marionette nelle sue mani, vittime del suo modo atroce di amare, inflessibile e onnipotente.  

Un colpo di ghigliottina, un pensiero affilato ed ecco che una casa può staccarsi dal mondo. Così ha fatto zia Eleonora. Ha messo tra la sua casa e il mondo un giardino fatto opera d’arte, impeccabile e capriccioso, bello e velenoso. Tra sé e l’amore, una bambina abusata, sua nipote. Tra sua nipote e la vita, se stessa. Non c’è mestiere più distante da lei di quello che fa: la pasticciera. Tra sé e la verità ha messo la violenza. Una violenza pacata, apparentemente priva di accanimento, minuziosa, accomodante. E perfino cedevole, perfino fiabesca. Ma le fiabe sono tutte terribili.

C’è una casetta in un giardino pieno di fiori. C’è una donna graziosa, elegante e colta: zia Eleonora. C’è Leni, sua nipote, abbandonata dalla madre e salvata dalla zia. E ci sarà un bimbo tenero da crescere.

Non ci sono principi e cavalieri e i baci d’amore sono quelli più sbagliati di tutti.

Zia Eleonora è la vera protagonista del romanzo di Valentina Durante, "La proibizione". Gli altri non sono che vittime del suo modo atroce di amare

Non c’è tanto una storia: c’è una smorfia di storia. La smorfia di zia Eleonora di fronte al disordine delle cose comuni. Le storie per lei si risolvono tutte in un’amputazione. Quale? Lo scopriremo: l’amputazione del calore. C’è una tensione insopportabile, che cresce di pagina in pagina. Tutte pagine perfette, nello stile di zia Eleonora. A tratti basta un segno d’interpunzione a separare ciò che mai dovrebbe essere separato e a significare un omicidio supremo.

“…come se mio figlio, zia Eleonora, il giardino, la casa, questa stanza, io stessa non fossimo mai: esistiti.

Ed è un miracolo che si ripeterà lancinante nell’ultima frase del romanzo.

Alla verità delle fiabe non si crederebbe, ma qui non si ha scelta. Si è vittime. Si deve credere per forza. La scrittura dell’autrice è talmente attenta e precisa che le si va dietro e basta. Corridoio per corridoio. Stanza per stanza. Anche quelle proibite. Di gelo in gelo. Di taglio in taglio. Di puntura in puntura: quei tagli ancora più perfetti e meno compromessi con il tepore tumultuoso del sangue. Di fruscio in fruscio. Di esitazione in esitazione. Di vuoto in vuoto: il vero nome delle ferite peggiori.

Alla fine si sente battere la ribellione del proprio cuore.