The Leading Guy, “dodici lettere” a cuore aperto

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Cantautore abile e raffinato, The Leading Guy  (nome d’arte di Simone Zampieri) mette al centro del suo lavoro le canzoni, cercando di raccontare qualcosa di unico e spontaneo. Cerca il silenzio in modo da poter rappresentare al meglio il suono di ciò che è prezioso, per poi interpretarlo in modo essenziale, grazie ad una vocalità dolce e graffiante. Quello che succede attorno a lui diventa inevitabilmente soggetto di analisi e motivo di introspezione per comprenderlo e provare a raccontarlo, come vuole la tradizione più sincera del cantautorato. Ascolta le persone costruendo una relazione onesta con loro, scambia ciò che pensa in quel momento e condivide sempre i suoi pensieri. Dotato di una capacità melodica pulita e brillante, ha fatto dei testi e dell’interpretazione le sue caratteristiche stilistiche distintive e facilmente riconoscibili. E’ fuori con l’album “Twelve Letters” (Sony Music), in tour con Elisa per tutto maggio e all’interno della compilation “Faber Nostrum” dove canta per la prima volta in italiano.

Il suo precedente album “Memorandum” risale al 2015. Che cosa è successo in questi quattro anni?

Ho suonato, letto e scritto molto. Ma soprattutto ho capito che per fare musica bisogna sempre essere onesti con noi stessi. Le canzoni, se siamo fortunati, ci sopravviveranno ed è con questo spirito che ho lavorato con scrupolo al nuovo album.


L’ingrediente di spicco del nuovo album “Twelve Letters”?
Credo sia la varietà sonora del disco. Con il produttore Taketo Gohara non ci siamo posti limiti e ci siamo approcciati alle canzoni come se fossero dei singoli racconti con un inizio ed una fine, senza pensare a ciò che veniva prima o dopo. Ogni brano ha uno stile diverso perché diverso è il messaggio che volevo comunicare. 

Com’è il processo creativo di una sua canzone?
Raccolgo molte idee nel corso del tempo e le salvo nelle note vocali del mio telefonino. Poi arriva il giorno in cui mi sento pronto per cominciare a scrivere e cancello tutto ciò che ho salvato ripartendo da zero. Tutti i tentativi e le idee diventano la base inconscia su cui scrivere, ma non li utilizzo mai. Per me un disco deve uscire in massimo venti giorni e catturare un preciso momento. 

Il primo concerto che ha visto?
Francesco Guccini, a nove anni. Mi portò mi zia e fu il mio primo approccio alla musica. Le devo molto. 

Cosa le dà e cosa le toglie essere un artista?
Mi dà la possibilità di vivere con la mia passione e questa credo sia la cosa che più si avvicina alla mia idea di felicità. Inoltre sapere che le mie canzoni possono essere fonte di emozione per qualcuno lo reputo un miracolo e qualcosa che mi fa stare bene. 
Il lato più difficile da affrontare è l’impossibilità di spegnere il cervello e di non pensare alla musica. Non esiste un tasto on/off in questo mestiere e può capitare di mettere a dura prova la pazienza delle persone che mi stanno più vicine. 

E’ un buon periodo per la musica secondo lei?
Non sono molto bravo a giudicare queste cose. Quello che ho notato però è che sia i musicisti che compongono quanto il pubblico che ascolta sembra fare poca attenzione ai dettagli. E’ come se la musica fosse puro intrattenimento e non veicolasse nulla di più profondo. Ci sono ovviamente dei grandi artisti, ma quello che a mio parere è mutato è il ruolo della musica nella vita delle persone. Viviamo in uno show. 

Quale consiglio avrebbe voluto ricevere prima di iniziare la sua carriera?
Quello di non perdere tempo e tentare subito questa vita. Riuscire a vivere con la musica è un processo lungo e che comporta molti sacrifici. Ogni giorno speso a tergiversare è un giorno perso. 

Da chi trae ispirazione musicale?
Non sono monotematico e cerco di ascoltare molte cose differenti. “Twelve Letters” è un disco molto vario nei suoni e credo questo derivi dai miei ascolti. Era molto più bello ascoltare musica prima di cominciare a scriverla perché ora il mio cervello finisce per scomporre la musica a causa della deformazione professionale. Rimane però la grande passione per Bob Dylan, i Wilco, i Villagers che riescono sempre ad essere fonte di ispirazione. 

A suo parere, cosa manca nel panorama musicale attuale?
Non credo manchi nulla a livello musicale. Quello che forse abbiamo un po’ perso è la curiosità di cercare. Ci sono migliaia di artisti, ma spesso ci fermiamo alla superficie senza scavare in profondità per cercare ciò che davvero ci piace. Credo che da sempre esistano delle logiche di mercato, ma mai come oggi la gente si lascia imboccare musicalmente. 

Dove si vede tra dieci anni?
Su un palco spero o chiuso in uno studio di registrazione.