Elena Ledda, la voce estrema del canto tradizionale sardo

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È un ritorno alla verità sentire Elena Ledda, voce estrema del canto tradizionale sardo, che sta continuando il tour di presentazione del suo ultimo disco, Làntias. Sia che si trastulli in una ninna nanna in re, in mezzo a strumenti di legno grezzo, buoni anche per dita grosse e artritiche. Sia che canti, in quei duetti che all’arte popolare piace tanto inventare, la canzone d’amore più bella che esista, sarda come lei, No potho reposare. Sia che s’incarni nel corpo di una Madonna disperata, in rivolta contro chi le chiede una fede quasi disumana. Il brano dove la voce della Ledda fa il suo capolavoro è, appunto, No mi giamedas Maria: il grido della madre delle madri. Ogni sillaba vibra di quella rabbia amara che non sa più contro chi scagliarsi e allora si arrabbia contro sé stessa. Diventando infinita, celestiale pietà.

I suoni di queste canzoni salgono dalla pancia buia del Terra e del tempo, strappati al troppo patire di chi non aveva profumo da spruzzare sopra il sudore di fatica o di morte dei suoi cari. Possono cantare lo sguardo che si svuota del malato, le mani per sempre orfane di un figlio. Ti aggrediscono, ma non ti prendono mai in giro. Sono sempre all’altezza del dolore più profondo.