Isadora Duncan a passi di danza nell’arte italiana

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Isadora Duncan e l'arte italiana tra '800 e avanguardia
Plinio Nomellini - Gioia tirrena, bozzetto, 1913 Collezione privata Courtesy Enrico Galllerie d'Arte

Per la prima volta in Italia una mostra racconta la ballerina Isadora Duncan e il suo rapporto con l’arte del nostro Paese. Dipinti, sculture, lettere, fotografie raccontano una figura che innovò la danza ottocentesca, ma fu anche appassionata cultrice del bello e dell’arte italiana. A Villa Bardini a Firenze, fino al 22 settembre 2019.

La danza non è soltanto una disciplina che si sviluppa sul palcoscenico, bensì una questione di armonia del corpo e dell’anima, un sentire artistico che arde come un fuoco e cerca nel movimento una via di fuga.

Probabilmente, la danza ha vissuto il momento di maggior fulgore e romanticismo sul finire dell’Ottocento, complici la Belle Époque e la pittura impressionista. La Francia non fu tuttavia l’unico tempio della danza dell’epoca, anche l’Italia le faceva buona concorrenza, potendo esprimere “farfalle” quali, fra le altre, Pierina Legnani, Fanny Cerrito, e Carlotta Grisi.

La stessa Isadora Duncan apprezzava molto la Penisola, non soltanto per la cultura del ballo che esprimeva, ma anche per l’arte che poteva trovarvi. La mostra A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardia è infatti un lungo e articolato racconto fra arte e palcoscenico.

La ballerina e coreografa statunitense Isadora Duncan (1877 – 1927) è considerata colei che modernizzò la danza, preferendo abiti semplici e leggeri (simili al peplo delle donne greche) agli elaborati e pesanti costumi di seta e piume; inoltre, danzando a piedi nudi e seguendo l’istinto più che la melodia, introdusse uno stile che liberava il corpo femminile dalle costrizioni e dalle convenzioni. Il suo talentò infiammò gli Stati Uniti e l’Europa, Italia compresa. Firenze fu la sua città d’elezione: vi giunse nel 1902, in compagnia dell’amica Eleonora Duse (che già gravitava nell’orbita di Gabriele D’Annunzio) e vi tornò più volte negli anni successivi.

Isadora Duncan e l'arte italiana tra '800 e avanguardia
Plinio Nomellini – Gioia tirrena, bozzetto, 1913 Collezione privata Courtesy Enrico Galllerie d’Arte

Attorno al 1910 conobbe anche lei il Vate e che la cosa non dovesse rimanere a livello di pura amicizia lo spiegano le righe vergate dalla Duncan nelle sue Memorie: «L’amante più meraviglioso del nostro tempo è Gabriele D’Annunzio. […] D’Annunzio era un così grande amante che poteva trasformare la donna più ordinaria e darle per un momento l’apparenza di un essere celeste […] Quando D’Annunzio ama una donna, la innalza e innalza la sua anima al di sopra della terra, fino alle regioni divine dove si muove e risplende la Beatrice dantesca».

Anche la Duncan condivideva con il Vate una profonda sensibilità estetica, unita a un certo culto della personalità: come racconta la mostra, furono molti gli artisti che vollero omaggiarla, a cominciare da Plinio Nomellini che la ritrasse in una vorticosa danza sulla spiaggia di Viareggio, in un tripudio di colori che, con garbato espressionismo, ripropone il concetto di libera espressione del copro che la Duncan aveva della danza. E’ lei la “dea” immortalata nel celeberrimo Gioia, una tela di grandi dimensioni realizzata fra il 1913 e il 1914, e che l’autore divise in due parti per motivi ignoti; adesso, a trent’anni di distanza, torna visibile nella sua interezza. con la Duncan ritratta alla stregua della leggiadra Flora botticelliana.

Oltre che un intenso ritratto della Duncan (attraverso fotografie e documenti d’archivio), la mostra è anche occasione per una raffinata panoramica sull’arte figurativa italiana fra Ottocento e avanguardia, nel cruciale periodo dell’avvento dell’era moderna. Dalla pittura tardo impressionista di Zandomeneghi, con le sue atmosfere ovattate e mondane, alle sperimentazioni plastiche di Casorati e a quelle sul movimento dei futurista Severini e Depero, fino alle creazioni di Giò Ponti che gettarono le basi del design italiano che avrebbe fatto scuola nel mondo. Un’epoca di splendore artistico e culturale per il nostro Paese, che oggi appare troppo lontana.