Nel “Diavolo d’estate” di Accardo si muore con discrezione

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Nel Diavolo d'estate di Accardo si muore con discrezione

C’è il fuoco, c’è il diavolo, ci sono le minne di Angela “grosse e rotonde”, che fanno ronzare il sangue nelle orecchie a Totò. C’è la Sicilia, il suo dialetto buono per maledire. È un giallo atipico il romanzo di Giovanni Accardo, Il diavolo d’estate (Ronzani editore, 2019, pp. 262, 16,50 euro). Si muore con discrezione. E si diventa grandi senza mettere il pigiamino figo da supereroi.

Tutto comincia con un incendio e un ragazzo, quello che resta di lui, carbonizzato. Un tronco di cenere irriconoscibile. È l’anno in cui hanno ammazzato Moro, il 1978. La bolla di sapone della lotta armata sta per scoppiare. Tornano a emergere i guai veri. Gli emigranti assassinati dalle miniere in Belgio. Le case che si sbriciolano “come ricotta” per dare il via al magna magna della ricostruzione; i contributi statali che rendono dolce anche il sangue del tuo vicino schiacciato dalla parete crollata. I potenti che sono sempre quelli, e sono così potenti che non lo si dice in giro, come non si dice che l’acqua è buona. Il paese che non ti vorrebbe mai far allungare le mani sulla vita, né per lavorare, né per assaporarla. Le donne sole a crescere figli più grandi di loro. E fragili di fronte al mondo, un mondo che gira in Vespa, ascolta Umberto Tozzi e Patty Pravo, e li guarderà per un’eternità in cagnesco, loro, i poveri.

È così sporco questo gioco, c’è così tanta violenza trattenuta che ad un certo punto deve scoppiare – ed è l’incendio che a tratti interrompe la narrazione. Uno. Un altro. Perfino dentro la testa della madre del protagonista. Fino a quello che ucciderà Ignazio. Certo, la Sicilia è terra brulla e basterebbe la natura a spiegarli. Ma no: Accardo non vuole che sia così. Come nello spettacolare Gli incendiati di Antonio Moresco, il fuoco è metafisico più che fisico. È la vita che manca dentro le vene degli uomini.

Nel Diavolo d'estate di Accardo si muore con discrezione

È la rabbia di chi riesce a capire, che arriva all’autocombustione. È l’esasperazione che di rabbia ce ne sia pur sempre troppo poca. In mezzo ai compari, agli amici degli amici: la mafia contro cui non c’è corpo specializzato della Polizia ad agire.

Passa attraverso la politica, questo testo. Ma pure lì non c’è fuoco buono. Né nel parlare convulso dei comunisti, né nello zelo dei democristiani. Questi flirtano col crimine. I rossi non combinano niente. «E cosa possiamo fare, se la mentalità della gente non cambia?»

Il giovaneTotò intanto cresce e il suo crescere diventa un danzare sulle fiamme, come danzava sulle corna l’innominato capomafia de Il giorno della civetta. Sullo sfondo, sparata verso galassie non più di tanto lontane, Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd.