Mariangela De Togni, pensieri rammendati con la speranza accesa

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Mariangela De Togni, pensieri rammendati con la speranza accesa
Eliseu Visconti [Public domain] - Eliseu Visconti, Poesia e Amore separano la Virtù da Vice - Studio per il primo fregio del proscenio del Teatro Munical di Rio de Janeiro, 1906, olio su tela, Museu dos Teatros, Rio de Janeiro

Un cammino scandito dal tempo delle cose di natura, quello che  Mariangela De Togni ci mostra in questi versi (Fara Editore, 2019, 83 pagine, euro 10) , provando altresì a cogliere nell’estensione della memoria lo spazio autentico dell’io poetico che si rivela talora immerso in una silenziosa solitudine carica di voci (Sulla soglia dell’anima, p. 37). Proprio in quel silenzio, visto anche come canto d’esilio e di abbandono (In me l’assoluto, p. 44), si susseguono i piccoli passi che tracciano una rotta autentica fatta di tutti i pensieri che persistono nel cogliere la meraviglia e la semplicità insite nella bellezza indomita dell’universo.

Così Mariangela in questo suo lavoro, come e ancor più che nel precedente dal titolo Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie?, riesce ancora una volta a catturare quel senso di infinito amore che si dis(vela) nel creato: Gli occhi si faranno luce / nell’aurora dopo / la rugiada della notte?

Si tratta di pensieri che a volte – come l’autrice stessa ci confessa – occorre rammendare (p.48) con la speranza accesa, come in un cielo di stelle a tessere la trama di un racconto pieno di possibilità. Ci sono sentieri che il poeta percorre continuamente, quotidianamente e il cui canto solitario commuove: Hai mai ascoltato il canto solitario / di un usignolo che il suo nido / ha ritrovato? // Hai mai respirato il vento che reca conchiglie dal mare / e barche stanche? / Il cuore è un fiotto / di sospiri. (Canto solitario, p. 32, Un fiotto di sospiri, p. 49).

Il tempo narrato da Mariangela ci avvolge per il tramite di un “lento solfeggiare del sospiro” e ci guida attraverso ricordi-linfa, raccontandoci una storia del cuore, un giuramento d’amore che lega a Dio (Hai soffiato / dentro questa creta / e un palpito di gioia /si è insinuato / nel cuore.)  e  libera amore per le piccole cose che ogni giorno ritroviamo accanto e della cui immensità, come ci mostra Mariangela, si può imparare a gioire.

Nei versi compaiono il chrònos e il kairòs, quest’ultimo tempo legato all’esperienza, osservazione, comprensione e interpretazione: nel segno lieve / del pensiero, nell’onda / del crepuscolo che solleva / il cuore oltre lo scorrere / del tempo.

Nella poesia Quali frammenti di cielo, vi è la domanda: Ma dove camminare /per cogliere lo spazio / della memoria? Mi sovviene alla mente quella “distensione dell’anima”teorizzata da Sant’Agostinoper la quale il tempo sarebbe una dilatazione dello spirito verso l’interno che dà origine ad espansione spirituale protesa in avanti. E mi sovviene inoltre e in particolare “l’enorme palazzo della memoria” di cui, nelle Confessioni, scrive il vescovo di Ippona: “Là nell’enorme palazzo della mia memoria dispongo di cielo e terra, e mare insieme a tutte le sensazioni che potrei avere da essi, tranne quelle dimenticate.” Sì, perché si può ricordare solo quello che non è stato lasciato andare per sempre. Piccoli frammenti di verità pescati nel vasto mare dell’anima con spirito attento e infinita delicatezza, vengono riportati a galla mettendo il lettore nella condizione di “vedere” compiutamente con quella trasparenza che l’autenticità conferisce loro. Questo “santuario infinito” viene espresso con enorme potenza in cui Mariangela esalta suoni, profumi, colori, per restituirceli attraverso una scrittura che è estrazione di bellezza profonda: Scrivere è far tracimare sillabe / in memoria di sabbia / dalla brocca del cuore // Scrivere è spargere profumi / sulla terra / e far nascere pensieri / ancora. // Scrivere è far nascere germogli  di gioia / in equilibrio / sulla tela della vita. (pp. 53-54).

Nel fiato umido dell’autunno è un canto, una preghiera luminosa che lungo una strada colma di vita sale fino alla cima della montagna più alta provando a toccare il cielo, avvicinando il mistero che lo stesso racchiude e nel fiato umido dell’autunno narrare, affidandolo al vento, il suono di meravigliose note: la notte vedi le stelle /…/ a tessere tele di luce / sulla finestra a bifora / della chiesa vuota./ Ricucendo ombre solitarie / nel vento dell’autunno.

La solitudine diviene pertanto occasione di pace e meraviglia (hai mai letto l’innocenza / dei sogni dentro la meraviglia /di una foglia sola // bagnata di rugiada?), una porta aperta sul mistero delle cose grazie cui riconnettersi con l’Assoluto. Si tratta di una solitudine che fa il paio con un “liquido silenzio”, spazio di consolazione in cui tra le voci del cuore compaiono anche certi echi di dolore (Ma il dolore ha il confine / verso gli uliveti nella stagione / liquida come voce di flauto) che comunque mai riescono ad intaccare la gioia che permea il corpo poetico tutto considerato dove esistono rimandi biblici e dove gli elementi e le forze di natura, disegnando un quadro armonioso e denso, tracciano un cammino di Amore e Verità.