L’Etiopia di Malaparte, Strapaese accecato dal sole

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L’Etiopia di Malaparte, Strapaese accecato dal sole

A ottant’anni dalla prima pubblicazione sul Corriere della Sera, la casa fiorentina Passigli Editori ripropone al pubblico Viaggio in Etiopia (190 pagine, 18,50 Euro), il reportage realizzato da Curzio Malaparte, preziosa e approfondita testimonianza di una fase della storia italiana ancora poco affrontata e discussa.

Acceso interventista e volontario nella Grande Guerra, Malaparte aveva simpatizzato con il Fascismo già nel 1920 e in Mussolini riconosceva il leader capace di realizzare quella rivoluzione sociale che il reducismo invocava con forza.

Ma l’imborghesimento e la burocratizzazione del partito ne sancirono il deluso e polemico allontanamento: espulso dal PNF, sottoposto a sorveglianza speciale e persino condannato al confino nel 1933 e la sua carriera di brillante e acuto giornalista subì un forzato arresto.

Riprese attorno al 1935, grazie all’intercessione di Galeazzo Ciano, ma in sordina e per evitare l’oblio, cosa inconcepibile per un temperamento come il suo, nel 1938 si propose al Corriere della Sera per un reportage dall’Etiopia. Con cui, nascostamente, sperava di ottenere completa riabilitazione, ma non in chiave politica, semplicemente in chiave di libertà di scrivere e pubblicare.

L’Etiopia di Malaparte è uno Strapaese accecato dal sole, soffocato dalla polvere, dove il deserto circonda le rare città e i villaggi, e la pastorizia è ancora l’attività prevalente, almeno negli altopiani dell’interno. Ma l’attento giornalista sa cogliere i caratteri peculiari del colonialismo italiano, che, sia detto senza retorica, riuscì a portare interessanti e concreti contributi allo sviluppo del Paese; l’Asmara, Massaua, Decameré, portano ancora oggi evidenti segni della presenza tricolore, in particolare nell’urbanistica e nell’architettura.

Scorrendo le pagine, emergono storie poco note di esperienze coloniali, come quella dell’Ente “Romagna d’Etiopia”, i cui tecnici lavorarono duramente a dissodare centinaia di ettari di terre vergini, scavare pozzi e canali, costruire fattorie, e avviare l’agricoltura e l’allevamento su larga scala. E di quegli agricoltori lontani migliaia di chilometri da casa, Malaparte descrive la tenacia e la passione con cui svolgono il loro lavoro.

C’è però da parte dell’autore, l’onesto riconoscimento dell’esistenza di una civiltà etiope “già matura per servire da fondamento alla creazione di una grande civiltà bianca”; dall’incontro fra la cultura locale e quella italiana sarebbe potuto nascere, secondo Malaparte, un Paese del tutto nuovo, punto di riferimento per tutta l’Africa, come gli Stati Uniti lo erano stati a suo tempo nel continente americano.

Tuttavia, in clima di “euforia coloniale” – ma anche con la freddezza di chi, in trincea sul Carso e a Bligny, ha viste scene persino peggiori -, Malaparte documenta l’opera di pacificazione svolta dalle truppe italiane contro le ultime bande di ribelli. Qui, lo spirito di parte prende il sopravvento, e le gesta militari italiane vengono esaltate con accento vagamente retorico.

Con piglio coinvolgente, a tratti “eroico” e vagamente declamatorio (che a Malaparte piaceva assumere di quando in quando), vengono narrati i lunghi percorsi a dorso di mulo, il cielo di un azzurro brillante, le montagne di roccia rossastra; un registro linguistico elegante, persino poetico, addolcisce l’asprezza di quel territorio assolato e ne amplifica il fascino, e a tratti si ha l’impressione di leggere un vero e proprio romanzo d’avventura. Un’avventura italiana.